Beatrice Antolini – Iperborea

Recensione del disco “Iperborea” (La Tempesta Dischi, 2024) di Beatrice Antolini. A cura di Maria Balsamo.

Sesto album in studio per Beatrice Antolini, polistrumentista e produttrice discografica di base a Bologna. Prodotto da La Tempesta Dischi, “Iperborea” è un concept album (il primo della Antolini con testi in italiano) sul tema dell’Amore e dei legami affettivi. Nell’indefinita dimensione geografica chiamata iperborea vi era una terra leggendaria, a Nord del globo terrestre, patria del mitico popolo degli Iperborei. Secondo la mitologia greca gli Iperborei (Ὑπερβόρεoι, «coloro che vivono oltre βορέας», la sede di Borea) erano una moltitudine che abitava in un un paese perfetto, illuminato dal Sole splendente per sei mesi all’anno. Ed è da questo immaginario luogo delle perfezione possibile che la Antolini riparte per definire le sue teorie della genealogia dell’Amore. Amare per vivere e per rinascere. Gli antichi latini, infatti, indicavano l’etimologia del termine “a-mors” con un complemento di allontanamento, cioè lontano dalla morte. Vivere amando è quindi l’unica scelta per sentirsi immortali.

Beatrice, fervente cultrice sonora, ha iniziato la carriera musicale come autoproduttrice dei propri brani. L’affermazione della Antolini è dovuta soprattutto ad un’infaticabile tenacia, dimostrata sin da quando nel 2006 ha pubblicato il suo primo album “Big Saloon“, registrato da lei stessa. Da quel momento in poi è riuscita a farsi notare dal grande pubblico grazie ai numerosi live proposti in tutto il territorio italiano.

I nove brani di “Iperborea” narrano la genealogia dell’Amore o meglio della sua nascita, crescita e conclusione meteriale. Partire dalle incertezze per raggiungere fragili certezze, tutto ciò è possibile solo grazie alla volontà di affidarsi e di lasciarsi andare all’ignoto e all’altro. Un po’ come essere sospesi nel vuoto, ma sentirsi legati a qualcuno attraverso la presa stretta dei nostri polsi. Nonostante la vacuità che sentiamo sotto ai nostri piedi, quella stretta solida ci fa immaginare di essere attaccati alla vita e alla dimensione terrena.

Il timore come punto di inizio per un percorso fragile e ignoto. Il pianoforte introduce, in quanto protagonista, il brano d’apertura confezionato intorno al canto profetico e profondo di Beatrice Antolini. Il timore per il cambiamento e l’ingresso in una nuova dimensione esistenziale sono incoraggiati dalla consapevolezza che sin dalle origini della specie nessun essere umano ha potuto infrangere il legame indissolubile sancito tra le creature e le forme amorose. “Amore è ritornare nel ventre di madre, saperlo abbandonare come la prima volta”.

L’idea del tutto è una cosmogonia del genere umano tradotta in musica psichedelica. L’elettronica come una possibilità di espressione emotiva. “Stabilirò un accordo tra l’alba e il tramonto, o forse no”. Il canto mistico di Beatrice profetizza immagini del futuro nostro così come fece Cassandra per i personaggi dell’epica omerica.

Farsi raggiungere per allentare le nostre resistenze. Il testo del brano filosofeggia sui movimenti ciclici delle donne e degli uomini, smarriti e in cerca di un contatto con l’altro.Gli archi di sottofondo ricordano un tema andante alla Battiato mentre le distorsioni sonore, proprie della matrice elettronica della Antolini,suggellano la volontà dell’artista di rendere il proprio sound inafferaabile. “Continuare a cercare per farsi raggiungere…”.

Iperborea come iperuranio della felicità. Le rivelazioni dell’esistenza si raccolgono camminando per strada per poi essere diffuse a tutto il genere umano. “Cosa sarò se non ho?”. Lo sguardo verso il futuro soppianta la labile sicurezza del presente. Per sentirsi davvero concreti è necessario possedere certezze interiori, costruire una dimensione emotiva solida. Il canto futuristico sancisce una connessione tra le sfere del tempo mentre il sound si fa sempre più celebrativo. 

Lo stile della Antolini è alquanto riconoscibile poiché mescola pop, elettronica, funk e rock progressivo, imperniati in tutte le loro forme dall’utilizzo synth.

“Iperborea” si conclude con il brano Restare, un onirico passaggio definitivo. Una voce femminile ci induce a liberarci delle nostre paure artificiali e dei problemi emozionali che inducono alla vergogna dell’io per avere il coraggio di “restare nel sogno”.

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