Alexandre Bazin – Innervision

Recensione del disco “Innervision” (Umor Rex, 2023) di Alexandre Bazin. A cura di Simone Grazzi.

Le persone che mi conoscono bene sono al corrente della mia bassissima resistenza al caffè e dell’immotivata euforia che anche una singola tazzina riesce a provocarmi in tempi rapidissimi. Per la cronaca siamo abbondantemente al di sotto dei 3 minuti netti. Non posso farci niente, mi capita ogni volta, da anni, ormai Devo dire che questa improvvisa risalita di sensazioni che la caffeina riesce a iniettarmi non mi dispiace neanche. Certo quando poi ogni tanto l’effetto della stessa si prolunga fino a farmi osservare il soffitto sopra il letto financo le 5 del mattino è meno piacevole. Ma tant’è.

Torniamo però a quell’euforia che ho citato poco sopra perché proprio questa è la sensazione che ho provato ascoltando il nuovo lavoro del musicista e producer francese Alexandre Bazin. Euforia motivata da 10 tracce che rimbalzano tra tessiture sonore curve, stratificazioni ambient e risalite in quota sfruttando correnti ascensionali dedite a sperimentazioni ispirate da freddi quartieri berlinesi e grigi cieli londinesi. Le atmosfere sono di quelle da ascolto ad occhi rigorosamente chiusi e propensi a lasciarsi cadere in una trance agonistica dove il resto del corpo viene presto catturato da un lentissimo e quasi accennato movimento ondulatorio da destra a sinistra e viceversa. 

Più che un album di ricerca sperimentale, questo terzo lavoro realizzato per la Umor Rex, è un vero e proprio cammino individuale fatto di esplorazioni minimalista che l’autore continua a percorrere in solitaria tra le pieghe della propria visione musicale. Quello che ho ascoltato non è un disco sperimentale o quantomeno non lo è più di quanto non lo siano altri lavori analoghi e a dire il vero non risulta neanche più originale, ma “Innervision”, questo lo si capisce da subito, è un album che funziona e che cattura immediatamente curiosità e attenzione. Cazzo se la cattura e cazzo se funziona! Chiedo scusa, non sono solito esprimermi così…è l’euforia!

Melodia, feedback, tagli angolari, linee sinusoidali, ripetizioni caustiche, attacchi massivi di suoni anni ’90, casse dritte, ipnosi, onde sintetiche e parentesi quasi pop. Esperimento convincente, riuscito e che non abbassa la guardia in nessuna delle tracce che lo compongono. Un album che ha piena consapevolezza di essere un capitolo importante nel percorso musicale del proprio autore e, a mio dire, in questa convinzione non c’è nessun errore di valutazione. Un disco che non riesce ad essere banale e scontato neanche nell’artwork realizzato dall’artista residente a Città del Messico, Daniel Castrejón.

Non lo nascondo, mi andrebbe un buon caffè, magari alto al vetro, ma dopo aver riascoltato queste 10 tracce rischierei di fissare il soffitto tutta la notte!

Post Simili