Giorgio Canali & Rossofuoco – Pericolo Giallo
Recensione del disco “Pericolo giallo” (La Tempesta Dischi, 2023) di Giorgio Canali & Rossofuoco. A cura di Nicola Stufano.
Nel quarto di secolo di carriera solista di Giorgio Canali c’è stato un interessante punto di svolta dopo “Nostra Signora della Dinamite” (2009) . Canali compose Lettera del compagno Laszlo al Colonnello Valerio per la compilation “Materiali Resistenti“, ma il pezzo non fu incluso, ufficialmente perché conteneva bestemmie, più probabilmente perché auspicava il rastrellamento dei fasci dopo la fine delle ostilità. Poi uscì “Rojo” (2011); fino ad allora Giorgio non disdegnava un linguaggio metaforico, vicino alla scrittura dei grandi gruppi italiani degli anni ‘90. Intendiamoci, quando c’era da mettere le cose rosso su bianco venivano fuori pezzi crudi come Rossocome. Però In “Rojo” sin da titolo e copertina fu evidente quanto testi e musica sarebbero stati più asciutti e diretti, e difatti nei primi pezzi sentiamo “Regola #1, sfasciare tutto” o “Ci sarà una ragazza che adesso mi strappi le mutande di dosso“.
Less is more. “Rojo” rappresentò l’inizio di un percorso di radicalizzazione della scrittura di Canali, reazione ad un percorso di normalizzazione del fascismo e di altre brutture allora appena accennato e oggi molto più evidente nella società italiana. Come disco risultò talmente azzeccato che ci vollero sette anni per avere un seguito. Da allora, con quest’ultimo “Pericolo giallo”, abbiamo visto tre dischi, che piacerebbe classificare come “La Trilogia del Meteo”. In realtà sto barando, perché in “Venti” (2020) l’unico richiamo al tempo atmosferico sta in Meteo in cinque quarti. Però “Canzoni di merda con la pioggia dentro” (2018) e “Pericolo giallo” in questo senso sono speculari, visto che il filo conduttore di quest’ultimo disco è il sole: sperando che non porti sfiga come il precedente subito dopo “Canzoni di merda…” ci fu Vaia), Canali intanto lo classifica come un album “solare”…e gli scappa da ridere.
Quello che non cambia per niente, tra “Canzoni di merda”, “Venti” e “Pericolo giallo” è quel mood diretto inaugurato con “Rojo“, che qui forse trova l’apice lasciando tra l’altro pochissimo spazio a canzoni senza un contenuto politico al centro. Come “Venti”, è un album fatto in smartworking, condividendo idee con i Rossofuoco, i rodati sodali Stewie Dal Col, Marco “Testadifuoco” Greco e Luca Martelli, modalità allora forzata, adesso voluta nonché dettata da necessità logistiche. Rispetto al suo predecessore “Pericolo Giallo” suona più convincente sia nei testi che nella musica, forse perché meno dispersivo, forse perché meno condizionato dalla paranoia pandemica (che appare come parte integrante anche in questo disco, ma trova una sua misura).
I primi due pezzi sono semplicemente commoventi e si piantano immediatamente in testa. C’era ancora il sole è un pezzo orientato a un futuro prossimo che provoca nostalgia per il passato recente, Filo di fumo inquadra perfettamente cosa significa essere oggi dei giovani antagonisti. “È un filo di fumo che ci tiene legati alla vita, ragazzi andateci piano: se fate vento è finita” è una delle frasi più belle piazzate da Canali nelle sue canzoni (anche se “e che poi ci si perda nel blu dipinto di merda” credo resterà insuperabile). Ad un ascolto superficiale di Morti per niente si potrebbe dire: Canali, hai rotto il cazzo con ‘sti partigiani. In realtà il senso sarebbe proprio quello, in continuità con Filo di fumo: dal 1945 in poi ogni forma di resistenza è stata biasimata o ridicolizzata, vanificando sul lungo periodo il lavoro fatto per estirpare il fascismo dalla nostra società. Una stupida poesia è la canzone d’amore del disco, stupida forse è un po’ troppo ma lascia il segno meno di altre cose.
Nella title track l’accento è su un fatto curioso, e neanche così noto: nell’ottocento si pensava che i cinesi avrebbero contaminato la cultura occidentale rendendoci simili a loro. Oggi sappiamo che non è successo neanche a Prato, ma abbiamo ancora qualche difficoltà a percepire la differenza tra un allarme vero e il terrorismo mediatico. Apre Pulizie etiche una chitarra che soffia come un gatto in calore e vorremmo tanto sapere come ottenere quel suono. A occhi chiusi è l’avvelenata del disco (e per essere un’avvelenata in un disco di Canali non bastano le parolacce) e allo stesso tempo uno dei pezzi più convincenti e intimi: viene fuori l’uomo stanco che cerca rifugio nella persona amata a fronte di un contorno sempre più desolante: “Mi basta il tuo sorriso e che tutto il resto si spenga“. In Cosmetico torna Nostra Signora della Dinamite e tanto ci basta, La fine del mondo è un bel pezzo da fine disco e soprattutto non è scritto da Canali, ma da Aleph Viola, attore che ha già collaborato con Canali in altri progetti.
È il decimo disco di Giorgio Canali: perché ascoltare ancora un boomer ( e infatti cita in tre pezzi telegiornale e televisione, cose che fuori dalla cerchia dei boomer non guarda più nessuno) che tutto sommato ripete sempre le stesse tre cose? È facile: a sessantacinque anni Canali non ha ceduto un briciolo della sua onestà intellettuale, quanto accaduto con “Materiali Resistenti” è un esempio fulgido. Forse non è l’artista più brillante della sua generazione, ma è senza dubbio il più coerente: quindi non si discute. Giorgio Canali ha sempre ragione, soprattutto quando ha torto.
Post Simili

Giorgio Canali & Rossofuoco – Undici Canzoni Di Merda Con La Pioggia Dentro

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO: il video del nuovo brano “C’era ancora il sole”

Giovanni Truppi – Infinite Possibilità Per Esseri Finiti

