Still House Plants – If I don’t make it, I love u
Recensione del disco “If I don’t make it, I love u” (Bison, 2024) degli Still House Plants. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Del rischio di perdersi per strada cose preziose, in un mondo che vomita dischi senza posa, la maggior parte dei quali, per toccarla piano, sono per lo più spazio occupato indebitamente, se n’è già parlato a oltranza. Della rinnovata centralità britannica nel mondo della musica che un tempo si chiamava alternativa anche, ma proprio uno spreco enorme di caratteri (e a volte di inchiostro e carta).
Quest’ultima però va ribadita, perché va a fare la differenza quando ci si perde per le tortuose strade della musica in un oggi di pochezza. Certo, non sempre si può gridare al miracolo e, quando lo si fa, spesso si stecca forte. Quello degli Still House Plants, però, pare essere un grido ben speso. Jessica Hickie-Kallenbach, Finlay Clark e David Kennedy si incontrano alla Glasgow School of Art (come nelle migliori leggende del post-punk primevo) e, nel 2015, formano un gruppo. Sono in tre, quindi la formula è perfetta, si direbbe, ché i cosiddetti power trio sono l’equilibrio per antonomasia, e spesso ciò si è rivelato vero. Da lì in poi sfornano tre album: “Long Play” (2018), “Fast Edit” (2020) e “If I don’t make it, I love u”, che poi è quello che prendiamo qui in esame.
Per un periodo, quello del lockdown, hanno fatto saletta al Cafè OTO, mecca londinese della musica aliena e alienante. Fare saletta non è una locuzione che si usa tanto al chilo, per certe realtà, e così non lo è nemmeno per gli Still House Plants, che la mitologica saletta la usano per formarsi, non solo quello che ne scaturisce e viene poi impresso su nastro. Voce, chitarra e batteria, formula perfetta, ma formazione elettronica, tra garage UK, grime e house. Lo studio di registrazione usato come dio comanda, come uno strumento in più, come giusto che sia. Strumenti spinti attraverso una cassa Lesley, la voce processata da un software alla buona per DJ. Il suono si forma precisamente come immaginato, sporco senza slabbrare, metallico senza essere artefatto. È un’evoluzione su una strada già di per sé distante dai cliché del momento, anche quelli di quel Regno Unito di nuovo propulsivo.
Di quella formazione su dischi che di strettamente suonato hanno ben poco il trio prende l’assurdità della forma, che qui diventa liquida, anzi, liquefatta. L’impostazione è quella dell’improv jazz, guardarsi per poi far fluire i brani. Si sente anche senza vederli suonare, si sa che per cambiare parte si lanciano occhiate seguite da impercettibili gesti. Da qui passa la lunga storia del post-rock – quello dei tempi di Gastr Del Sol, Bark Psychosis e Tortoise in cui l’idea canonica di canzone non esisteva in alcun modo – ma esaminata sotto la lente in non-crescendo del math rock slintiano. Gli stacchi metallici di Clark danno respiro e lo tolgono, si piantano su loop tesissimi, cambiano aspetto passando da distensioni sul tempo a rasoiate atonali, da acuminate e secche a slabbrate e distorte. Fa da base l’andamento meccanizzato di Kennedy che rende la batteria un ricettacolo di quelle influenze electro assimilate dal fratello maggiore, dando al tempo movimenti scostanti, poliritmicamente anomali sebbene figli di un minimalismo che trasfigura il groove, un po’ alla maniera di John McEntire, per intenderci meglio.
Non è un satellite a sé stante Hickie-Kallenbach, che a sentirla così non si saprebbe dove collocarla geograficamente, riempie a litrate di soul ogni frase, ogni rabbocco, ogni appoggio ed è strumento assieme agli strumenti, funge da basso in sua assenza, sgrana poetica interiore su linee affilate come baionette, morbide come velluto che sbocciano in salmodie paranoiche, facendosi figura apicale in un discorso che più organico (benché intricato) non si potrebbe, ma concreto in ogni sua sfumatura, e in “If I don’t make it, I Love u” ce ne sono una marea.
Impossibili da ascrivere appieno in questa sorta di “scena” d’Albione che da un po’ di tempo spadroneggia, gli Still House Plants, come gli Squid e i Talk Show, fanno squadra a sé, battendo percorsi che sembravano persi da tempo immemore ma che, a quanto pare, sono ancora centrali. In soldoni: sperimentano. Oggi non sono poi in molti a poter dire lo stesso.




