Sacrobosco – IXVXI
Recensione del disco “IXVXI” (Trovarobato, 2023) di Sacrobosco. A cura di Lucia Tamburello.
A distanza di pochi mesi dall’uscita di “IVXVI”, arriva “IXVXI”, il secondo capitolo della saga targata Trovarobato di Giacomo Giunchedi, in arte Sacrobosco.
Non si può non notare l’accuratezza dell’artista nello strutturare il nuovo album con la consapevolezza dei limiti dell’ambient nei confronti di un pubblico, soprattutto nazionale, più propenso a dei lavori verbosi e poco abituato all’elettronica come protagonista principale di un disco. I suoni, con annesse le suggestioni ad essi correlate, sono coerenti e comuni ad entrambi i lavori. In ogni traccia, Sacrobosco ha saputo inserire degli elementi in grado di mantenere alta l’attenzione senza spezzare mai l’atmosfera rarefatta che fa da concept. Entrambi travolgono nella stessa bolla onirica, difficilmente decodificabile dai sentimenti più comuni, ma estremamente attraente indipendentemente dalle libere interpretazioni. È un lavoro ipnotico, in grado di ricondurre l’ascoltatore ad una particolare primordialità sonora ed emotiva.
Ci sono comunque delle piccole variazioni di “tono” tra “IVXVI” e “IXVXI”: il primo ha suoni un po’ più disturbanti e acidi, mentre il secondo mantiene una linea più morbida che accoglie sonorità più vicine allo shoegaze. Rispecchiano quest’ultimo aspetto soprattutto: la traccia iniziale, Heat, Resistance e la penultima Talcoat. Ci sono comunque dei brani che fanno da anello di congiunzione: Peculiar e Neverleave riprendono i tratti frenetici della raccolta precedente amalgamandosi comunque alla calma del resto dei brani. Higher è l’esempio più rappresentativo del lavoro di campionamento fatto su brani jazz dell’artista, rivela il lato “artigianale” della composizione di Sacrobosco. Ghosting e Sic si mantengono, invece, più fedeli all’IDM.
“IXVXI” non è un lavoro fine a sé stesso. Raffinato e lontano dai cliché sia dell’EDM che del dream pop, svela nuove modalità con cui rinnovare la sperimentazione nel panorama ambient. Si tratta di un album che abbandona qualsiasi dogma musicale e comunicativo per riscoprire un legame diretto tra ritmo e anima.




