Gates/Dunn/Fox – Deliriant Modifier
Recensione del disco “Deliriant Modifier” (Riverworm Records, 2023) di Gates/Dunn/Fox. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Sally Gates, chitarrista e compositrice neozelandese trapiantata a New York, gravita ormai nel mondo della musica altra e pe(n)sante da un pezzo. Atterrata nella Grande Mela, quella delle sperimentazioni sempre vive e attive (non smetterò mai di ripeterlo) non poteva passare inosservata agli occhi dei grandi vecchi di stanza nella Città Che Non Dorme Mai entrando di diritto alla coorte zorniana. Tzadik, infatti, lo scorso anno ha dato alle stampe il secondo album dei suoi Titan To Tachyons, band che condivide tra gli altri con una nostra vecchia conoscenza: Trevor Dunn.
È proprio col bassista dei Mr. Bungle che Gates decide di uscire dallo schema band per adottare quello del trio, completando la formazione con un altro che di composizioni dure e anomale qualcosina sa, ovvero quel Greg Fox uscito da un po’ di tempo dalle fila dei Liturgy ma che ha contribuito a formare in quanto gruppo di punta dell’avanguardia black metal da quella parte dell’Oceano. Le caratteristiche dei tre musicisti parlano già chiaro su quale sia la direzione intrapresa in “Deliriant Modifier” e di sorprese non ce ne sono in fondo molte. Gates, negli ultimi anni, ha scavato a fondo in certa letteratura, tra fisica quantistica e testi dedicati alla natura interiore degli esseri umani e proprio grazie al neuroscienziato Anil Seth la chitarrista ha scoperto la tesi tale per cui: “Percezione = allucinazioni controllate. Allucinazioni = percezione fuori controllo”.
Se però si cercasse il mancato controllo Nei dieci brani dell’album poca se ne troverebbe. Seppur Gates, Dunn e Fox si diano da fare sul fronte dell’improv la materia che ne deriva è compatta e ben strutturata, al punto da non sembrare nemmeno improvvisata. Molte sono le forme che vengono lavorate dal gruppo, passando da estensioni di metal estremo a pulsazioni elettrogene, stralunate concessioni jazzistiche in cui la chitarra elettrica lascia il posto al pianoforte, veementi accelerazioni forgiate nell’acciaio, classica contemporanea annegata in ambienti rarefatti (spinta all’estremo dal contrabbasso di Dunn, scelta strumentale che dona a tutti i pezzi quel quid in più) memori in molti casi del Fripp omologo degli anni ’80.
Il tutto è impreziosito dai suoni architettati in combutta con Colin Marston (un altro signore del metal estremo statunitense, sia al banco mix che coi suoi vari progetti, uno su tutti i Krallice) che danno quel senso di spazialità utile a un album come “Deliriant Modifier” per non finire fuori rotta nel giro di un paio di pezzi, rendendo il proprio lugubre ludibrio d’avanguardia qualcosa da tenere sul piatto per più di un ascolto.




