Colapesce Dimartino – Lux Eterna Beach

Recensione del disco “Lux Eterna Beach” (Numero Uno / Sony Music, 2023) di Colapesce Dimartino. A cura di Angela Denise Laudato.

A pochi mesi dall’uscita del film che li ha visti protagonisti, “La primavera della mia vita” (pellicola irriverente, divenuta un cult movie, che ha conquistato numerosi premi come Il Nastro D’Argento per la “migliore colonna sonora originale” e il Globo d’Oro), e reduci dal successo del singolo Splash (canzone vincitrice del Premio della Critica Mia Martini e del Premio Lucio Dalla all’ultimo Festival di Sanremo), Colapesce e Dimartino tornano con un nuovo disco a quattro mani: “Lux Eterna Beach”

Disco forse meno articolato de “I mortali”, ma più coeso e organico. Immaginifico e cinematografico, colmo di citazioni, contemporaneità e immagini del passato. Un valzer tra presente e futuro accompagnato dalla melodia di suoni stratificati e dalla penna della canzone d’autore raffinata. Prodotta da Federico Nardelli e Giordano Colombo e con gli arrangiamenti orchestrali del Maestro Davide Rossi, la musica di “Lux Eterna Beach” è decisamente ispirata e molto pop. In un mondo dove tutto è urlato e sbattuto in faccia con prepotenza, i nostri cantautori siculi sussurrano e raccontano la malinconia con garbo, ironia delicata e leggerezza. Soprattutto leggerezza.

In copertina troviamo lo scatto che ritrae Lorenzo e Antonio al GAL Hassin, il Centro Internazionale per le Scienze Astronomiche di Isnello, vicino Palermo. Un’immagine a tratti new age, che ci mostra una presunta metafisica del tempo e dell’inquietudine. “Lux Eterna Beach” è un mondo dove, tra una canzone e l’altra, prendono vita svariati personaggi, dalla star del porno al giovane elettore di destra, dall’estetista al capomastro; un manifesto politico dai toni sarcastici, tra chitarre, tastiere ondeggianti e atmosfere che spaziano dal progressive anni ’70 al post rock. Un disco composto da un intricato rosario di citazioni e dal respiro paesaggistico della Sicilia, udibile tra le tonnare e lo Scirocco.

Il tutto racchiuso in undici canzoni, che sembrano suonare come un’unica grande canzone lunga quarantaquattro minuti. “Lux Eterna Beach” si apre con un brano manifesto, un vero e proprio inno alla libertà artistica, La luce che sfiora di taglio la spiaggia mise tutti d’accordo. Un’alba sonora in cui si mescolano melodia, psichedelia e dimensione surreale. Un cortometraggio sul senso delle cose e sulla ricerca di nuovi orizzonti da scorgere in riva al mare: “Ma la luce che sfiora di taglio la spiaggia / Mise tutti d’accordo / Pure i pesci / Che li vedi brillare / È d’argento il mare / Non si vede la fine / Menomale”.

Fuga pop è il brano Sesso e architettura. Brano che ricorda molto il Battiato anni ’80, tra minareti millenari e allegri doppi sensi, che invita a vivere la vita mentre lo Scirocco soffia tra le colonne: “Restiamo insieme finché dura / è solo sesso e architettura”. Ragazzo di destra è un curioso ritratto che descrive uno spaccato sociale in modo poetico e crudo, senza mai giudicare. L’inserimento nel testo di alcune immagini stereotipate rendono volutamente più forte la narrazione: “Mi darai un figlio naturale la notte di Natale / mentre cade giù la neve”; “Tutto solo nel tuo bomberino / senza la tua squadra tu chi sei?”. Arriva poi l’esplosiva Splash con i suoi 23 milioni di ascolti su Spotify. Sarebbe inutile soffermarsi su quanto questa canzone faccia ormai parte del quotidiano di ognuno di noi, capace di trasportarci, sin dal primo ascolto, “travolti dall’immensità del blu”.

Forse Domani è un altro pezzo dal profilo psichedelico, dove la voce di Joan Thiele traccia sonorità frastagliate, mentre quelle di Colpesce e Dimartino sfumano, fino a diventare quasi trasparenti: “E forse domani ti dirò: “Non c’è più niente / Niente di importante da sentire”.  Segue la ballata 30.000 euro, arrangiata in acustico. Voglia di fuggire via, cose dette sottovoce che spariscono in un mondo che continua a gridare e dicotomia tra ciò che conta davvero e  30.000 euro: “Trentamila euro, cosa ci farei? / Ti porterei a cena dove vuoi tu / Trentamila giorni di felicità / Ma passeranno in fretta e tu lo sai / Basta una scintilla e la paglia d’improvviso si fa cenere”. La già nota Considera è un pop esistenzialista fresco e ballabile, ideale per deprimersi, ma con stile! Sia a livello di scrittura che musicale la sintonia tra i due cantautori è palpabile.

E poi ad un tratto, nel bel mezzo del disco, salta fuori Ivan Graziani (colpo basso!) dal brano I Marinai. Inedito scritto da Ivan Graziani, il brano è rimasto a lungo sepolto in un cassetto per poi essere regalato dal figlio Filippo Graziani al duo, che lo hanno riportato alla luce, completandone il ritornello. Decenni di distanza abbattuti per regalarci un tappeto sonoro surreale dove falsetti poetici cantano di figli dispersi in mare (e questa cosa oggi fa molto effetto). Onirica, emozionale e attuale, perfetto connubio tra musica e parole; vera perla del disco. “Amore mio, che vuoi che sia un giorno o un anno / Se tu sei qui e mi resti ad aspettare / Mi guadagno il pane come tutti fanno / Per ogni figlio che è rimasto in mezzo al mare”.

Cose da pazzi è un racconto di rabbia, cantata con calma e sonorità tranquille: “Amami senza pietà/ rubami stanotte”. Il successivo Neanche con Dio, invece, è un racconto di pace, senza pace. Traccia struggente e malinconica: “Perché, lo sai / Che quelli come noi / Non sanno più restare in pace / Neanche con Dio”. La title track chiude questi racconti in forma strumentale, quasi a contemplare il tramonto di qualcosa che sta per finire.

“Lux Eterna Beach” è pop luminoso, complesso nella sua semplicità. Un racconto intriso di esistenzialismo e libertà. Un ossimoro sonoro la cui musica è tutto tranne che “leggerissima”. Stile realista e ambientazione metafisica. Paesaggi introspettivi sparsi lungo tutta la tela del disco e personaggi in cerca di pace che abitano ogni brano, dipinti dal sodalizio della penna ironica di Colapesce e quella trasognante di Dimartino. Un disco senza tempo e senza spazio. E ad ogni ascolto la sensazione di trovarsi immersi in un quadro di De Chirico, con le ombre allungate, il sole alto e scenari lenti e vuoti.

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