Spiritual Cramp – Spiritual Cramp

Recensione del disco “Spiritual Cramp” (Blue Grape, 2023) degli Spiritual Grape. A cura di Andrea Vecchio.

Forse ero rimasto troppo affezionato a “Police State”, un loro EP del 2018. Screanzato, viscerale, con una grafica alla Infest, indelicato come piace ai punk rocker maggiormente legati alla vecchia suola del Midwest, ai Government Warning e ai Wipers. Forse mi aspettavo di più, forse avevo bisogno di certezze. Avrei accettato, magari, un disco meno violento, magari qualcosa di diverso sotto l’aspetto degli arrangiamenti e della produzione, dato il cambio di etichetta rispetto ai precedenti lavori. Non mi aspettavo, di certo, una riconferma del cambiamento viscerale di sonorità ed attitudine che avevamo riscontrato, ed accettato a malincuore, nel precedente lavoro, “Television”.

Gli Spirtual Cramp da San Francisco tornano con un lavoro molto indie e molto rock’n’roll nuova scuola, strizzando l’occhio ad uno psychobilly molleggiato ed accattivante, per carità, ma che credo possa far storcere il naso a chi, come me, aveva riposto in loro grandi speranze per il presente ed il futuro del punk made in USA. I ragazzi hanno una certa cultura e suonano come dei matti, è innegabile. Brani come i due singoli di lancio Talkin’ on the Internet e Better Off This Way sono perfetti, non hanno errori. Surf rock’n’roll molto (pure troppo) Hives e pochissimi vagheggiamenti creano un mix esplosivo di fantasie e rilassatezza a cui è difficile, ammetto, resistere. Abbiamo le atmosfere da London Dungeon di Slick Rick e gli attimi indie rock di Herberts on Holiday, che alla fine risulta un pezzo molto doloroso ed introspettivo. City on Fire, poi, è molto clashiana e constatare che, con questo vaneggiamento e questa mancanza di insegne musicali, gli Spiritual Cramp ci sappiano profondamente fare. Sono tutti ragazzi che suonano da una vita e suonano forte, non possono sbagliare facilmente. Suonano in band che non fanno strettamente il loro genere, come gli Spice, e vanno in tour con Ceremony e Militarie Gun: è ovvio che abbiano imparato a stare al mondo. Ma forse lo stanno facendo un po’ troppo velocemente, ecco ciò che vorrei comunicare con questa recensione.

Non sono totalmente contrario ai cambiamenti di stile e genere, da parte di una band, per carità. Sarà che sto invecchiando, sarà che mi hanno accompagnato durante i periodi di lockdown con il loro disfattismo cronico e la loro voglia di spaccare tutto, ma sentirli così puliti e “alla moda”, con un corollario di immagine e pubblicità spiccatamente mainstream, mi butta un po’ giù. 

Fuori per Blue Grape, etichetta newyorchese ( guarda caso ) sulla scena da poco più di un anno.

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