Drug Church – Prude
Recensione del disco “Prude” (Pure Noise Records, 2024) dei Drug Church. A cura di Andrea Vecchio.
È stato difficile recensire il nuovo dei Drug Church. Non si tratta di genere, stile, attitudine o carisma. Semplicemente, questo “Prude” viene appena dopo quel capolavoro chiamato “Hygiene”, con cui i quattro di Albany erano tornati all’attacco dopo quattro anni dal precedente “Cheer”, il disco che non fece altro che dare vita ad un nuovo genere. Il loro. Andatevi a rileggere la mia recensione sull’argomento ascoltando il disco e ditemi se non sia così.
Capita spesso, nel punk rock, di partire prevenuti quando si ascolta un disco immediatamente successivo a un album unanimemente acclamato, o che abbiamo ascoltato sino alla morte. Mi è capitato con gli Snapcase, con i Trash Talk, con gli Hot Snakes. Inattaccabili simulacri nella cui musica ci troviamo per forza a nostro agio.
“Sì beh grand disco, loro sempre al top, ma…”
“Ma”.
“Prude”, invece, è un ulteriore passo avanti, per i Drug Church. Ancora più noise, ancora più grunge, ancora più vissuto del precedente. Negli ultimi due anni hanno suonato con una valanga di gruppi hardcore e si sente, ma hanno come sempre saputo miscelare, in “Prude”, questa vena east coast con il sugo, il marcio e le fatiche del Midwest, delle periferie culturali. Una grammatica speciale sia per i kids, sia per chi ascolta musica alternativa: un linguaggio fatto di scontri, fatto di vestiti puzzolenti di pioggia e fumo.
Il singolo Demolition Man è uscito con il corredo di un video accattivante, ma la successiva Business Ethics, col suo riff di chitarra trascinato sino all’oblio e le melodie trasognanti per raccontare una storia al limite, è la testimonianza più concreta dell’ispirazione della band. Nonostante la maggior parte dei brani non superi i tre minuti, inoltre, I Drug Church dimostrano di aver abbandonato ogni tratto germinale della loro produzione musicale, svelando ogni loro tratto più intimista e formale senza dimenticare la tracotanza dei giri di chitarra e la più totale appartenenza al movimento punk hardcore americano. Brani come Chow e Yankee Trails fanno letteralmente sognare, credetemi.
Lo dico? Devo dirlo? Per me sulla lunga gittata, loro meglio, ma molto meglio, di molte nuove leve semi-sperimentali affacciatesi quest’anno all’attenzione del grande pubblico. Per intenderci, almeno senza cambiare continente, loro saranno sempre un’Otessa Moshfegh in un mondo dominato da Sally Rooney.




