Mannequin Pussy – I Got Heaven

Recensione del disco “I Got Heaven” (Epitaph Records, 2024) dei Mannequin Pussy. A cura di Davide Bonfanti.

I Got Heaven” è un album per tanti versi rivoluzionario, almeno nella traiettoria imboccata dai Mannequin Pussy. Un disco più costruito e meditato, che suona meno come le sfuriate estemporanee degli esordi – anche dal punto di vista della durata: ben mezz’ora di musica, pressoché il doppio delle uscite precedenti – e più come un tentativo ambizioso di imporsi come l’album della svolta, delle fondamenta su cui costruire un nuovo punto di partenza per la band.

Una delle ragioni di questo cambiamento va sicuramente ricercata nell’ingresso nella band della nuova chitarrista Maxine Steen, responsabile di aver introdotto sintetizzatori e tastiere nelle sonorità di questo disco. Un cambiamento radicale, percepibile chiaramente fin dalla title track in apertura: meno pestaggi hardcore, più melodie e delicatezze varie.

Questo non vuol dire che le origini siano state dimenticate e/o ripudiate, anzi. In più di un episodio si torna a quella foga ringhiante che ha definito il sound della band. Ad ascoltare brani come OK? OK! OK? OK! e Of Her sembra che i Mannequin Pussy non si siano spostati di un millimetro dalle loro origini. Ma è solo una faccia della medaglia. Loud Bark riprende la direzione del precedente Patience, con un apparente ammorbidimento iniziale che si sviluppa presto in un’ossessiva e furiosa ripetizione. Nothing Like è quanto di più vicino all’arena rock i Mannequin Pussy possano mai suonare, mentre I Don’t Know You sembra pronta per essere insegnata come filastrocca ai bambini – e peggio per loro se non dovessero cogliere lo struggimento amoroso che la permea. Sometimes è un’incursione in territori pop punk/power pop (Paramore, anyone?), a riprova di quanto il suono del quartetto si sia contaminato come non mai in questo disco.

Nel corso del disco i Mannequin Pussy si rivolgono in tante direzioni diverse ma senza imboccarne mai davvero nessuna. Una fluidità che è croce e delizia: da un lato apre infinite porte espressive, dall’altro disorienta per la mancanza di una chiara direttrice lungo la quale accomodarsi. Ma forse deriva proprio da qui il fascino di questo disco: la conturbante contraddizione di una band hardcore punk che fa un disco indie pop. O forse un gruppo indie pop che decide di suonare punk? Ad ogni modo, il fascino rimane. Non resta che farsi ammaliare.

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