Elbow – Audio Vertigo
Recensione del disco “Audio Vertigo” (Polydor, 2024) degli Elbow. A cura di Nicola Stufano.
Gli Elbow da Manchester sono vicini ai trent’anni di carriera, e con “Audio Vertigo” arrivano a doppia cifra in quanto a dischi prodotti durante questo frangente.
Li conosciamo, anche se in pochi possono dire di conoscerli per bene davvero: qualcuno ha ascoltato magari il primo disco, qualcun altro ricorda “The Seldom Seen Kid” (2008), bene o male non sono una di quelle band che abbia mai fatto il “disco” in maniera tale da poi riconoscersi in esso come pietra di paragone per tutto ciò che è venuto dopo. E quindi ci approcciamo ai quaranta minuti di questo “Audio Vertigo“ con aspettative limitate, sostanzialmente dettate da ignoranza: restando dunque piacevolmente sorpresi, a differenza di chi li ha sempre seguiti e sa benone che la band capitanata da Guy Garvey conosce più alti che bassi nella sua carriera.
Trent’anni di carriera significa grande esperienza ed affiatamento (la band in tutto questo tempo ha cambiato solo lo storico batterista Richard Jupp, sostituito da Alex Reeves nel 2016), concetti che quando ci si incontra per una nuova produzione possono risultare un’arma a doppio taglio, oppure essere sfruttati con finalità creative. Così quando i ragazzi (di mezz’età) si sono trovati in studio con nuove sonorità e riff, sotto la guida dell’ormai rodato Craig Potter, hanno saputo mettere in fila undici pezzi tutti interessanti dove non spettacolari.
Già l’entrata incespicante e gospeleggiante di Things I’ve Been Telling Myself for Years ci mette a nostro agio e ben propensi all’ascolto. Il successivo Lovers’ Leap è già il momento più alto del disco: entrano subito i fiati su tempi dispari, la situazione che gli Elbow mettono in piedi ammicca particolarmente all’afrobeat più tradizionale meticciandolo con un suono pop. Balu è una canzone dedicata al nipotino di Garvey (ormai l’età è quella che permette di avere i nipoti), costituita da un arpeggio di tastiera bello lungo e da un sostegno di basso articolato e distorto. I barocchismi si avvicendano nei pezzi successivi, senza togliere spazio a una certa immediatezza pop anche nei testi (entra subito in testa l’azzeccato passaggio “There’s no cocaine in this cocaine” in This Picture. Nel finale si sale ancora di livello, con la trascinante Good Blood Mexico City e la progressione psichedelica di From the River.
Che dire ancora? “Audio Vertigo” è un disco che si riascolta e si lascia riascoltare piacevolmente ancora, ancora e ancora, anche se non lascerà un grande segno in senso assoluto. Non si è mai capito perché gli Elbow non abbiano mai sfondato del tutto, rimasti un gruppo ben noto e famoso in patria, abbastanza di nicchia all’estero. Sarà l’accento fortemente british di Garvey, sarà che raramente hanno ceduto alla ruffianeria (il massimo è Grounds For Divorce ) preferendo realizzare dischi art rock creativi e sempre a metà strada tra il sofisticato e l’orecchiabile.




