Tindersticks – Soft Tissue
Recensione del disco “Soft Tissue” (City Slang, 2024) dei Tindersticks. A cura di Giovanni Davoli.
C’era piaciuto il precedente “Distractions” (qui la nostra recensione) 3 anni fa. Ma “Soft Tissue” ci piace di più. Col senno del poi, malgrado la band non voleva si dicesse, il precedente era un “disco da lockdown”. I momenti migliori erano costituiti dalle cover e i pezzi originali soffrivano di uno stiracchiamento tipico di chi a casa si annoia da solo e ha un piccolo studio casalingo con cui giocare. Il risultato di “Soft Tissue”, al contrario, suona compatto e corale, prodotto di un lavoro di gruppo in uno studio residenziale, come si faceva una volta. “I membri della band, tra cui il cantante Stuart Staples, sottolineano la natura collaborativa del processo di creazione, promuovendo un dialogo dinamico che modella la loro musica”, si legge nella pagina Bandcamp, a riprova della mia affermazione. Per quanto, “tra cui il cantante” (che poi è praticamente l’unico autore di musiche e testi) sembri voler dire: va bene che Stuart ci mette la faccia, la voce e la scrittura, ma noi siamo una band. Anche se usiamo un linguaggio ministeriale e apologetico.
Ma tant’è. I Tindersticks non sono mai stati “cool”. Bensì una band con una cifra unica: l’amore per il soul classico, mischiato con uno stile vocale dimesso e arrangiamenti romantici a botte di organo, archi e fiati. Tutto è così particolare e allo stesso tempo non c’è nulla di nuovo, nulla che veramente inventi nuove strade per la musica che altri possano percorrere. In una era in cui tanti musicisti (o presunti tali), bianchi o neri, credono di essere la reincarnazione di qualcuno dei giganti della black music che fu e da cui tutto nacque, i nostri ammettono di essere ragazzi di Nottingham, UK, innamorati di una musica che fu in altra epoca e continente, ma pur sempre inglesi. E allora ecco il loro personale soul nottinghamiano che apre le danze del quattordicesimo album con New World. Dopo una intro così, ci si aspetterebbe un Sam Cooke o un James Browne a cantare a squarciagola, invece ci dobbiamo accontentare di uno Stuart Staples che quasi sussurra con understatement britannico. Eppure il ritmo incalza e i fiati fanno il loro lavoro, insieme ai cori, nel lanciare il ritornello. Segue Don’t Walk, Run guidata da un classico giro di basso stile Motown che àncora la traccia, senza mai lasciarla decollare finché non si esaurisce naturalmente. Si prosegue con Nancy: “Nancy, rispondimi / Il tuo silenzio è peggio di / Qualsiasi cosa tu possa dire”, prega sommessamente Staples.
E tanto mi basta: capisco che è proprio questa tensione continua tra spirito soul e compostezza britannica quel che definisce la cifra dei Tindersticks. Decido allora di perdere il controllo con le tracce successive e immergermi nel mondo personale di Staples, o nella “natura collaborativa del processo di creazione” dei Tindersticks che dir si voglia. In ogni caso, un approdo sicuro per il bisogno che tutti abbiamo di chiuderci alle spalle la porta delle nostre ansie e preoccupazioni e rifugiarci in una musica e in un disco che fanno l’effetto di una cioccolata calda in un pomeriggio freddo e umido, come immagino ne capitino a Nottingham.




