Kerala Dust – An Echo of Love
Recensione del disco “An Echo of Love” (PIAS, 2025) dei Kerala Dust. A cura di Giovanni Davoli.
Dalla downtempo elettronica un pò minimalista degli inizi (2016), fino ad arrivare a “An Echo Of Love”, il viaggio dei Kerala Dust è stato graduale. Passando dal bell’album “Violet Drive” del 2023 che già conteneva alcuni degli elementi di questa “svolta verso il rock”.
Dalle tracce iniziali si potrebbe pensare ad un disco artsy sulla scia dei Radiohead. Echoes of Grace è una ottima opener e tra le tracce migliori, anche se non fissa una cifra stilistica per il resto dell’album. Se si continua ad ascoltare, emergono diverse variazioni sul tema. How the Light Gets In vira verso il kraut rock e ricorda vagamente i Can, per il ritmo motorik e gli arrangiamenti. Ma già Bell, sempre tra le tracce migliori, introduce il blues, nella sua versione “desert”. Gli ZZ Top approverebbero, anche perché non manca la volontà psichedelica, non una novità per questa band. Colpisce tuttavia l’introduzione di sonorità americane che ampliano l’orizzonte dei Kerala Dust. I quali nel 2023 rivendicavano di ispirarsi alle musiche dell’Europa continentale, in un proclama “anti-brexit” da esuli delusi del proprio paese. The Orb, TX conferma l’anima psych dei nostri e si potrebbe parlare di techno, se non fosse per la prevalenza di strumenti analogici. Eden to Eden è invece un momento da indie rock introspettivo che un pò stupisce venendo da loro: qui il riferimento al blues e agli USA è ancora più marcato. Insomma, cinque gran belle tracce per cominciare il disco che sorprendono un pò, senza che manchino i marchi di fabbrica dei Kerala Dust: ritmi lenti, voce piatta, atmosfere intense e oscure, zero virtuosismi.
Passando al “lato B”, torna il kraut rock con Love in the Underground, condito con un pizzico di intensità soul. Sembra di vedere questa musica suonare durante un grande falò sulla spiaggia, in una notte senza stelle. Altrettanto cinematografica Beyond the Pale, con una punta nostalgica alla Morricone, influenza peraltro ammessa dai nostri. Torna, più forte di prima, l’allusione alla techno con I Remember You a Dancer. Il basso profondo ci porta adesso in un club di città a notte fonda, dove la gente balla per inerzia ipnotica. Anche se un assolo di chitarra dopo 3:00 riporta un po’ di luce. Down with the Night (Pt. II) riprende all’inizio un kraut minimale e poi finisce per evocare i Velvet Underground, andando così alle radici di ogni art-alt-indie rock che possa definirsi tale. Una canzoncina che non è nulla di nuovo per chi scrive e per chi legge, ma che non manca di farsi ascoltare, dotata com’è di proprio magnetismo. Il gran finale, più solennemente morriconiano che mai, è affidato a The Bay, ripetendo così uno schema già adottato con il precedente LP. In retrospettiva, la successione della tracce sembra disegnare una sua logica narrativa e questa era una cifra che anche contraddistingueva “Violet Drive”.
Con “An Echo of Love”, i Kerala Dust combinano disparati elementi e influenze, lasciandoli emergere un pò per volta, separati tra loro, oppure mescolati. La loro musica si scompone in ognuno di essi, tutti facilmente riconoscibili, ma agglutinati tra loro da un marchio di fabbrica proprio che rende il tutto al contempo gradevole ed oscuro, adatto sia ad un ascolto immersivo che ad uno di sottofondo.




