So Close – Painkiller Mentality

Recensione del disco “Painkiller Mentality” (Jungle Noise Records, 2024) dei So Close. A cura di Andrea Vecchio.

Ho sempre considerato il powerviolence un genere abbastanza cervellotico, nonostante le apparenze. Dove, in fin dei conti, anche i suoni più violenti o le liriche meno ambiziose, potessero esser ricondotti ad una normale accettazione. Nel senso: “Se ascolto grind, il powerviolence non dovrebbe impressionarmi più di tanto.”

Che tutto sia nato dai Man is the Bastard è un dogma. Che Iron Lung e No Comment ne abbiano affinato la tecnica, è un dato di fatto. Che Charles Bronson e Guyana Punch Line l’abbiano politicizzato, adattandolo al cambiamento dei tempi, si sa.  Ma le sfaccettature e le cromie musicali hanno preso strade nettamente diverse tra loro, col passare del tempo. Le domande hanno superato il numero delle risposte, sino ad arrivare ad un punto di non ritorno, un’entropia generazionale che sembrava aver dato il colpo di grazia al powerviolence.

C’è sempre da imparare, invece. Nonostante la seconda ondata hardcore e ultracore che prese piede quindici anni fa sulla West Coast americana abbia reso più fruibile il powerviolence, arrivando anche ai fans meno abituati, quest’attitudine, nelle più recondite parti del mondo, continua a regalare sorprese, riportandoci indietro nel tempo.

I So Close da Torino, arrivati al loro secondo EP, esistono dal 2022, e in questi due anni si sono uniti alla falange più innovativa del fastcore europeo. Il loro suono è massiccio, immanente, e i ragazzi in questione, pur rispettando appieno i canoni del genere, riescono, proprio grazie al rendimento delle chitarre, a dare ancora più –core, anima e orecchiabilità al loro lavoro.

“Painkiller Mentality” è un disco di dieci brani di cui il panorama italiano aveva bisogno, giusto per raddrizzare la barra culturale qualora si parli di blastbeat, urlacci e mosh. Alternano, come prima cosa, giungla e Surf Nazis Must Die con una semplicità disarmante, nell’ambito del cantato. Una cosa che mi fa letteralmente impazzire, nonostante dovrebbe rappresentare un aspetto naturale, nel comporre musica estrema.  I suoni, lo ribadisco, arrivano compatti ed ultramoderni, anche se a tratti possono apparire un po’ troppo studiati e ricercati. La durata delle canzoni è quella standard, con i vari condimenti a suon di intro registrate, bacchette e fischi. Mai superare il minuto e mezzo e, qualora accada, non è per colpa nostra. Not moving sono solo schiaffi, Cudgel inizia mosh e, dopo il rituale delle bacchette, arriva il blastbeat più sordo che possiate sentire, Irreversible trova nella lentezza il proprio struggimento e la propria importanza come primo brano del disco.

Botte a destra e a manca, sì, ma anche irritazione, disagio, promesse non mantenute e idiosincrasie: “Painkiller Mentality” ci fornisce l’armatura necessaria ad affrontare il reale, ed in questo è un disco totalmente punk, totalmente hardcore e totalmente torinese.

Non avrei mai potuto rendere l’idea e parlare del nuovo dei So Close, senza prima fare una sommaria digressione sull’argomento. Perché in Italia lo si conosce poco, il powerviolence. Lo si considera troppo spesso un sottogenere del grind o comunque un’entità confusa, che perde la propria linea facilmente, tra catalogazioni, mode e fruibilità.

Il principale merito dei So Close è quindi quello di mantenere intatto il valore musicale delle canzoni che si scrivono. Still movin’.

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