Sacrofuoco – Anni Luce
Recensione del disco “Anni Luce” (Shove Records / I Corrupt Records / Ripcord Records / Friendly Otter, 2024) dei Sacrofuoco. A cura di Andrea Vecchio.
I torinesi Sacrofuoco sino a un paio di anni fa si chiamavano One Dying Wish. Oltre ad un cambio di nome, che come sempre comporta scetticismo da parte del pubblico, nonché possibili problemi a livelli organizzativo e logistico, negli ultimi due anni i quattro hanno scelto di suonare anche un nuovo genere musicale.
Se con One Dying Wish la proposta era un emostrillone “alla italiana”, abbastanza strutturato e compatto, sotto l’egida del Sacrofuoco si ha una netta virata verso un math-noise-chugga rock, che, almeno in Italia, non si trova molto facilmente. Innanzitutto perché è un genere difficile da suonare, senza ombra di dubbio, ed in secondo luogo perché non tutti lo riescono a capire. Nemmeno i seguaci più accaniti dello screamo, abituati a playlist educate e lineari. Anche se hanno cambiato nome, infatti, la loro fanbase non credo sia mutata più di tanto rispetto al passato, ed effettuare una virata così decisa non è una scelta facile da prendere. Soprattutto in Italia e soprattutto a Torino, dove la proposta musicale indipendente è sempre stata molto fervida e variegata e non propriamente legata all’emocore.
Il disco, in sostanza, è molto interessante. I testi in italiano sono ragionati e densi, la produzione ci sta tutta, in un mix di vecchia scuola ed accorgimenti, e contemporaneamente il tiro della band, ancora molto emoviolence, non fa scadere il tutto nel solito amalgama metal, che rischia di addensare su di sé tristezza e rammarico. Una sottile linea, così, ha un’introduzione pulita che riesce a non stridere con il caospunk che caratterizza, anche nei tratti parlati, l’intero brano. Le stesse dinamiche, molto Yage, le troviamo anche in La luce di ciò che ci aspetta, mentre Corpi celesti è più schizofrenica e vivace.
I Sacrofuoco riescono a far convivere la paralisi francese con le sfuriate nordeuropee, e quel che ne esce è un lavoro entusiasmante, che in primo luogo ha il merito di non ricalcare le voghe punk nostrane del momento. Non sempre il coraggio va premiato a prescindere, ma in questo caso i complimenti sono meritati.
Fuori per un pugno di etichette tra le quali è d’obbligo menzionare la sempiterna Shove di Alessandria, a testimonianza dell’impegno decennale di Manuel, ovunque e comunque.




