Twenty One Pilots – Clancy
Recensione del disco “Clancy” (Fueled By Ramen, 2024) dei Twenty One Pilots. A cura di Maria Balsamo.
Siamo al capitolo finale della saga dell’Io smarrito, dell’avventura allegorica di un ragazzo che è diventato un eroe.
“Clancy” è il settimo album dei Twenty One Pilots, prodotto dalla label Fueled By Ramen e rappresenta la conclusione della serie di concept album iniziata nel 2015 con “Blurryface“. Ambientato in una città futuristica e decisamente distopica, ci narra (attraverso 13 canzoni) del ritorno a casa di Clancy, ormai da tempo lontano dal mondo immaginario di Trench. Il nostro eroe è fuggito da Dema dopo aver acquisito una sorta di potere miracoloso che lo porterà a sconfiggere i suoi demoni.
I Twenty One Pilots si sono formati nel 2009 in Ohio, negli Stati Uniti, “rubando il nome” ad un’opera di Arthur Miller (“All My Sons”). Il duo è formato dal cantante, tastierista e bassista Tyler Joseph e dal batterista Josh Dun. Nella loro musica un vasto genere di suoni e stili di canto, strumenti diversi come tromba e sintetizzatori, insieme a tastiere e parti vocali sia rappate che urlate. Sei album alle spalle e il lascito di uno stile alternative rock misto a pop che li ha resi una delle band più rappresentative del genere.
Il Bildungsroman (Romanzo di formazione) di “Clancy” si evolve adesso in una presa di coscienza definitiva. Clancy è consapevole dei limiti delle proprie paure, delle privazioni che gli provocano l’ansia e il tormento interiore e quindi ha deciso di affrontare una volta e per tutte il suo peggior nemico. Neco, detto anche Burryface, lo sta aspettando per la resa dei conti. Midwest Indigo, inizia il viaggio del ritorno a casa. In piedi su una lastra di ghiaccio è difficile formulare pensieri resistenti. Ma l’intenzione è così forte da convincere Clancy a muoversi definitivamente. La batteria riproduce il caos interno del nostro eroe, la vitalità improvvisa che lo pervade. Una presa di coscienza improvvisa e che, in realtà, è rimasta sopita in fondo all’anima fin dall’inizio di questo impervio percorso: “You can be so cold, I’ll try again”. Vignette è una celebrazione in rap di raffigurazioni ad altà sensibilità. “It’s a tribute to zombies of which I’ve become”. Il ghiaccio inizia a sciogliersi, le paure si fanno diluite. Ora è tempo di togliere le mani dagli occhi per iniziare a vedere cosa ci circonda.
Navigating è la vera hit dell’album. Armonica, equilibrata, deliziosamente elettronica. Il monologo di Clancy si concentra su una narrazione dei fatti interiori, riguardanti il caos che vive dentro di lui. Confusione, ansia e paure sono state le migliori accompagnatrici di questo lungo viaggio ma sembra esser giunto il momento di dirgli addio per sempre. At the Risk of Feeling Dumb, potenza e leggerezza racchiusi in circa 3 minuti. Se la batteria conferisce al brano l’unico ritmo possibile, il canto si libera in una volta sola dei fardelli emotivi. La consapevolezza di arrivare a percepirsi come stupidi davanti alle proprie incertezze rende i pesi dell’anima inspiegabilmente leggeri. Nuova energia si sprigiona nelle fibre nervose lasciando spazio ad un’incomprensibile voglia di essere.
“Clancy” racchiude il senso di una decade, di un percorso alternativo e intricato che in realtà è sempre stato l’unico possibile. Abbiamo dovuto attendere nove anni per comprendere il significato ultimo del viaggio del nostro eroe.
I multiformi piano sonori delle 13 tracce rappresentano lo stile più vero dei Twenty One Pilots. Si potrebbe ipotizzare di essere davanti ad un addio della band, eppure il saluto definitivo non è rivolto al pubblico. Il momento è propizio per lasciare sul ciglio della strada quei demoni stimolanti che, insinuatisi nella coscienza da tempi remoti, sembravano essere diventati necessari e insostituibili.




