The National – Rome
Recensione del disco “Rome” (4AD, 2024) dei The National. A cura di Chiara Crisci.
Ventuno brani, giusto quelli necessari a ripercorrere venticinque anni di carriera fin dall’omonimo album “The National” (1999), un’ora e mezza circa di live puro e crudo, senza sovraincisioni, nello scenario dell’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” (in occasione del Roma Summer Fest, il 3 giugno 2024) per ricordarci cosa ci piace di questa band, fin dai tempi in cui, da Millennials malinconici, quali siamo stati, la scoprivamo nelle soundtrack di serie tv americane dei primi anni 2000.
“Rome”, doppio live album, mixato dal collaboratore di lunga data Peter Katis, è un tributo alla città eterna con cui i The National dimostrano tutta l’efficacia espressiva di una esecuzione scarna di inutili orpelli e sensazionalismi che restituisce agli ascoltatori il fascino di uno spettacolo irripetibile, in una serata perfetta di “catarsi collettiva” (cfr. The Guardian).
L’omaggio a Roma, dove la band confessa di aver suonato, quest’estate, con una sintonia e una energia tali da aver deciso, poi, con naturalezza e senza esitazioni, con i tecnici del suono, di rendere le registrazioni dello show romano undisco dal vivo che diventa senza dubbio il “documento live definitivo” della carriera dei The National, è chiaro fin dalla copertina che presenta una scultura classicheggiante di marmo bianco che ricorda l’arte romana antica o quella della opulenta città rinascimentale o barocca o neoclassica dei papi e delle grandi famiglie dell’aristocrazia capitolina.
Il richiamo a Roma e all’Italia è ancora più evidente nell’esclusivo triplo LP tricolore, arricchito con cinque brani aggiuntivi per completare il set di 26 brani, su vinile colorato che rende omaggio alla bandiera italiana, riservato all’acquisto da parte dei membri del fanclub “Cherry Tree” della band. Il retro e le custodie dei vinili, infine, riproducono in rilievo la planimetria della città.
La lunga storia dei The National, cinque ragazzi di Cincinnati ormai all’apice della loro vicenda umana e artistica, Matt Berninger (voce), i gemelli Aaron (polistrumentista: basso, chitarra, piano, batteria) e Bryce Dessner (chitarrista) e i fratelli Scott (basso e chitarra) e Bryan Devendorf (batteria), è rivissuta attraverso classici ormai consolidati come Bloodbuzz Ohio, Don’t Swallow the Cap, I Need My Girl, The System Only Dreams in Total Darkness, England, Don’t Swallow The Cap e Fake Empir” che scaldano gli animi e si lasciano cantare a gola piena da inizio a fine.
Mancherebbe alla scaletta perfetta la struggente About Today, compensata dalla presenza di raritiesda scoprire o riscoprire come Runaway, Lemonworld, The Geese of Beverly Road, Lit Up, Humiliation e Murder Me Rachael.
La voce scura, ruvida e profonda di Matt Berninger, mista a quelle euforiche del pubblico e agli applausi,ci accompagna senza risparmiarsi il fiato e il cuore, in una retrospettiva emotivamente segnante fin nel profondo di ciascuno di noi che ci ritroveremo ad invidiare chi può dire di essere stato così fortunato da aver assistito a una serata perfetta, nell’incanto di un concerto perfetto, eminentemente rock per attitude e esperienza condivisa di sudore e vita tra artisti e fan, sotto il cielo estivo della capitale.




