Frank Turner – Undefeated
Recensione del disco “Undefeated” (Xtra Mile Recordings, 2024) di Frank Turner. A cura di Simone Campolongo.
Come spesso accade, arrivo tardi a conoscere un artista che da diversi anni è sulla piazza e che passa spesso dal nostro Paese. In questi giorni, infatti, è stato tra i protagonisti del festival che celebrava l’ultimo tour dei NOFX.
Frank Turner, dopo l’esperienza con i Million Dead, ha intrapreso una fortunata e prolifica carriera solista. “Undefeated”, uscito il 3 maggio scorso, è il decimo album di questo percorso lontano dalla band post-hardcore.
Il disco mi ha divertito molto e l’ho più volte ascoltato in macchina nel tragitto lavoro-casa. Fin dalla prima traccia mi ha trasmesso una sensazione di leggerezza, scrollandomi di dosso le tensioni della giornata. Ma sono convinto che in un pub chiassoso, davanti a una pinta di birra e a un caldo fish & chips queste canzoni renderebbero ancora di più.
Girl From the Record Shop e No Thank You for the Music mi hanno riportato agli anni dell’adolescenza, quando passavo i pomeriggi su MTV ad aspettare i video dei Green Day e dei blink-182, comodamente seduto sul divano. Ma la differenza tra quel periodo e le canzoni che uscivano allora è il contesto che ci circonda. Ora emergono la maturità e l’impegno dell’artista che le interpreta e noi che ascoltiamo siamo cresciuti e abbiamo una diversa percezione del mondo. In un modo o nell’altro dobbiamo affrontare l’età adulta con tutto ciò che ne consegue e Frank Turner ce lo racconta e ci racconta come lui vive questa fase tra acciacchi, amore, incazzature e amicizie ormai svanite.
L’artista alterna e mescola diversi generi dal folk, al punk, al post new wave-folk (da qualche parte ho letto davvero questa definizione) al cantautorato in stile Bruce Springsteen. Quest’ultimo rappresenta una delle principali influenze dell’artista insieme a Bob Dylan e Johnny Cash.
“Undefeated” al primo approccio sembra un disco commerciale e alcuni pezzi sono molto orecchiabili, con un’impostazione quasi radiofonica ma la scelta di Frank Turner di allontanarsi dalle major e di uscire con un’etichetta indipendente (Xtra Mile Recordings) rende il suo lavoro autentico e spontaneo e si può valutare da una diversa prospettiva.
Accompagnato dagli amici The Sleeping Souls, ha registrato il disco, composto interamente da lui, nello studio che possiede insieme alla moglie Jessica Guise, a Mersea Island, nell’Essex. Letters e Do One sono i momenti migliori del disco. Il primo racconta di un’amicizia adolescenziale, della nostalgia per quel periodo che sembra difficilissimo da superare quando ci si trova in mezzo ma che viene rivalutato quando si è adulti. Nel secondo Turner prova (forse) a togliersi qualche sassolino dalla scarpa dimostrando come dopo quasi vent’anni di carriera solista sia ancora lì a produrre lavori di livello.
Non posso, però, non terminare citando la ballata che chiude e dà il titolo all’album. Dopo tutta l’energia dei primi 40 minuti si rimane lì sospesi, con il groppo in gola e un velo di malinconia.
Grateful that you got this far
And proud that you behaved no worse
Giving up on hope for a better past




