Dua Lipa – Radical Optimism

Recensione del disco “Optimism” (Warner, 2024) di Dua Lipa. A cura di Davide Bonfanti.

A febbraio 2024, in un’intervista rilasciata all’edizione statunitense di Rolling Stone, Dua Lipa definiva il suo imminente terzo album come un “psychedelic-pop-infused tribute to UK rave culture”, e tirava fuori nomi come Primal Scream, Massive Attack, Blur e Oasis per inquadrarne le coordinate di riferimento.

Ora, se avete minimamente presente Dua Lipa e la dimensione all’interno della quale si muove la sua produzione artistica, converrete con me che è piuttosto difficile accordare una qualche credibilità a queste affermazioni. Come insegna la saggezza degli antichi, dopotutto, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E in questa occasione avreste avuto decisamente ragione a fare gli scetticoni: all’interno della mezz’ora di musica che va a comporre “Radical Optimism” non c’è assolutamente NIENTE di quanto prefigurato dalla cantante britannica. Giuro che ci ho provato, l’ho ascoltato e riascoltato e riascoltato di nuovo, soffermandomi sulle singole canzoni, sui diversi momenti all’interno di esse, con la speranza di poter cogliere quello che forse il mio orecchio disattento non aveva colto fino a quel momento, quel prefigurato rimando intellettualoide che tanto avrebbe mandato in estasi le mie pretenziose cortecce cerebrali uditive.

Ma non c’è niente da fare. Di Blur e Oasis, manco l’ombra. Di Primal Scream e Massive Attack, lasciamo perdere. Ad un certo punto, durante l’ascolto, ho iniziato a interrogarmi sul fatto che forse è esistito un altro progetto dal nome Massive Attack, solo che invece di inventare il trip hop, sono stati i padrini dell’eurodance; oppure che una frattura spaziotemporale ha fatto arrivare nelle mani di Lipa l’intera discografia dei Blur, paladini del pop più smaccato nel loro piano d’esistenza originario, una distante regione del multiverso di cui sappiamo ancora così poco…Ma se il rasoio di Occam ci ha insegnato qualcosa, è che tra diverse soluzioni egualmente valide ad un problema è buona prassi scegliere quella più semplice. Ma qual è, questa soluzione più semplice? Che cosa spinge Lipa a fare affermazioni così palesemente sconnesse da quello che è il contenuto di “Radical Optimism”?

Io credo che la risposta a questa domanda risieda nell’ambivalenza dello status che la cantante londinese ha perseguito e conquistato nel corso degli ultimi anni. Da un lato idolo delle masse, con uno status di celebrità globale che pochi artisti contemporanei possono vantare; dall’altro una discreta ma persistente strizzata d’occhio ad un pubblico meno generalista, caratterizzato da ascolti più ricercati – una tendenza, quest’ultima, emersa soprattutto da “Future Nostalgia” in poi. La stessa strizzata d’occhio, del resto, che l’ha portata ad avere Caroline Polachek come opening act di buona parte del suo Future Nostalgia Tour, oppure a fondare la piattaforma editoriale (o “cultural concierge”, come si autodefiniscono) SERVICE95.

Queste dichiarazioni a mezzo stampa, dunque, servono a catalizzare l’interesse proprio di quella parte di pubblico – la stessa parte, del resto, che tendenzialmente si prende la briga di andare a leggersi le interviste di Lipa. Per convincere questi ascoltatori, però, non basta nominare gli artisti giusti nelle interviste. Non bastano nemmeno i tanto sbandierati Kevin Parker e Danny L Harle in veste di produttori. Ci vuole la musica. E quella di “Radical Optimism”, semplicemente, non è abbastanza per sostenere le – pur altissime – aspettative.

Certo, bissare il risultato di “Future Nostalgia” – un disco che, volenti o nolenti, è tra le pietre miliari del pop dell’ultimo decennio – era complicato, e infatti non succede. In parecchi momenti sembra di tornare infatti ad atmosfere più simili a quelle degli esordi, con un pop da alta classifica, intenzionato a non fare prigionieri in termini di catchiness. Alcuni momenti hanno certamente delle scintille di vita propria: i singoli, con in testa Houdini e Training Season, sono effettivamente gli episodi più notevoli, a cui aggiungere forse la leggerissima psichedelia dance dell’opening End Of An Era. Per il resto, quello che abbiamo è una serie di hit micidiali, tanto pronte a essere ballate quanto ad essere dimenticate. Manca quella ricercatezza del sound, quella creazione di un immaginario, quella visione d’insieme che ha fatto di “Future Nostalgia” lo spartiacque che è – un disco che è più della somma delle canzoni che lo compongono. Manca il coraggio di sparigliare le carte in tavola con un album coraggioso e rivoluzionario.

Anche dal punto di vista testuale, sarebbe ormai lecito aspettarsi uno sforzo in più se si vuole continuare a mantenere il favore di chi cerca qualcosina nella musica che ascolta. “Radical Optimism”, da questo punto di vista, è l’ennesimo album che avrebbe potuto essere un profilo Tinder. Ci sono le vecchie relazioni, quelle nuove, il cadere, il rialzarsi, il non cascarci più, il cascarci ancora, l’essere sedotti, il sedurre… Certo, la canzone d’amore è un evergreen che mette d’accordo tutti, e questo è indubbiamente l’habitat naturale di Lipa. Provare ad uscire da questa comfort zone potrebbe però contribuire ad aumentare il suo spessore come artista: e del resto è possibile non le venga mai ispirazione per scrivere di qualcosa d’altro?

Intendiamoci, “Radical Optimism” è un disco che si lascia ascoltare e ballare senza problemi; se non fosse il terzo album di Dua Lipa il tono di questa recensione sarebbe sicuramente diverso. Ma purtroppo lo è, e dunque bisogna chiedersi: “Radical Optimism” ha quello che ci vuole per essere il degno successore di “Future Nostalgia”? No, decisamente. Ma siamo sicuri che la performer britannica, grazie al suo radicale ottimismo, non si lascerà scoraggiare.

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