Julie Christmas – Ridiculous and Full of Blood
Recensione del disco “Ridiculous and Full of Blood” (Red Crk, 2024) di Julie Christmas. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Un’attesa spasmodica, quella che ha patito chiunque – come il sottoscritto – abbia atteso il ritorno di Julie Christmas dopo lo splendido “The Bad Wife” e, ovviamente, ogni singolo progetto in cui l’artista di Brooklyn abbia dato vita, dai suoi devastanti Made Out of Babies ai fin troppo sottovalutati Battle Of Mice, ai criminalmente dimenticati Spylacopa (per un giro di EP col microfono in condivisione con Greg Puciato) fino a “Mariner”, gioiello nato dalla collaborazione con i Cult Of Luna.
Ognuno di questi tasselli trovati lungo il cammino ha arricchito la corte di Christmas oggi formata da John LaMacchia (già negli Spylacopa ma patron chitarristico dei Candiria, altri sottovalutati, ma non vi vergognate?), Johannes Persson (mastermind dei COL), il bassista/produttore Andrew Schneider (colui che ha fatto sia il suono del debutto in solitaria della Nostra ma anche degli ultimi Unsane), Tom Tierney e, dulcis in fundo, le oscure bacchette di Chris Enriquez, signore del ritmo degli spaziali Spotlights. E già a questo punto avete capito a cosa andate incontro.
“LOUD, supernatural” è il grido che spezza in due Supernatural. È un’alabarda di ossidiana, urlo primordiale e stellare, umano, troppo umano, desideroso di rivalsa, carico di tutta la rabbia possibile. Gli altri la sorreggono, sabba ritmico, chitarre magmatiche, synth elegiaci che esplodono tutti assieme nel ritornello e che restano innestati pronti a risalire. “This is a giantess / you hear it in her song”. La Verità in poche parole. Una messa in nero. Legno su metallo e tensione, Not Enough entra a fondo come una lama, Christmas prende per mano tutte coloro che se lo sono sentito ripetere fino allo sfinimento, spirito vendicativo, “E lei bisbiglia ‘come faccio a tirarmi fuori da questo casino?” / E lei lo scrive in lettere astiose”. La furia sotto la cute che la strappa: “Not a kind word / More than you’ve asked for / Less than you deserve / There just one reason: It’s not enough”, i nervi a fiori di pelle che si lanciano in urla incontrollate. Le note amare, il noise penetrante di The Ash, tensioni disperate che non trovano pace, cori che la lambiscono e fluttuano in un pieno distorto.
Una fanfara stralunata a tinte sludge, horror profondo e gotico americano (memoria che va dritta agli Sleepytime Gorilla Museum) che dipinge ogni istante di Silver Dollars radicando la paura a fondo nell’animo. Orrore ateo e blasfemo che si incarna nella strisciante elettricità di cui si veste Seven Days perché “Non c’è un uomo lassù, non c’è né dio né paradiso” e poi affonda il coltello nel cuore del potere e lo fa senza pietà: “Nessun re o monarca a cui ubbidire”, e il massacro è servito. Cuore che esplode grazie a End of the World, accorata dedica a Walter Hoeijmakres e alla sua creatura, il Roadburn: inizio delicato, tocchi in punta di quattro corde, melodie eteree spazzate via in fretta dal gutturale ruggito di Persson, Christmas che di petto lancia “I just wanted to see you again” mentre tutto si apre su uno sfondo a tinte epiche, e infine i due uniscono le forze, intrecciandosi e portandosi via tutto come una bufera senza controllo. Lo rifanno in The Lighthouse, ballata straziante, refoli acustici toccanti su cui si abbattono cavalloni impetuosi si fanno tragica prepotenza di un naufragio post-metal, perforati dalle due voci che sfondano la soglia da due parti dello stesso specchio: “The hulls arise / And then they fall / The deep blue hands / I see it all”.
Thin Skin e Blast sono i due tritacarne noise rock che tirano giù la porta, rimarcando il passato MooB ma potenziato diecimila volte, la prima con gli stomp e pistone, la seconda a strappare la pelle (con tutta la disgrazia incarnata nell’urlo disperato “I feel utterly hopeless / I wish that I would die”), a dimostrazione – com’era ovvio fosse – che la lezione che Christmas può impartire a chi si avventura nella palude di questo genere ancora più vivo che mai è ancora di quelle di prim’ordine.
“Ridiculous and Full of Blood” è l’anima oscura che permea un mondo in rovina. Christmas dice che questa non è una fiaba e anche la persona più gentile può commettere il più crudele degli atti, che i mostri amano i loro amici e noi siamo fatti così. Dirlo fa la differenza, farlo attraverso un disco fenomenale anche di più.




