Insect Ark – Raw Blood Singing
Recensione del disco “Raw Blood Singing” (Debemur Morti Productions, 2024) degli Insect Ark. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Se Michael Gira ti chiama alla sua corte un motivo c’è. Dana Schechter ci è giustamente arrivata e se il perché sia il suo progetto Insect Ark o meno non è dato sapersi, ma in caso così fosse sarebbe più che meritato. Tre album, uno in solitaria, due assieme alla batterista Ashley Spungin e ora un quarto. Alle pelli questa volta, però, troviamo Tim Wyskida che, mentre i suoi Khanate sono risorti dalle ceneri, trova il tempo per far sì che il duo di base a Berlino prenda veramente il volo.
“Raw Blood Singing” è un concentrato emotivo che non va preso sottogamba, maneggiandone con cura i tremori che derivano dall’ascolto vi ritroverete in un altrove da spavento. Schechter armeggia con un basso elefantino, lap steel deraglianti, vocalità cineree e iperuraniche. La potenza espressa dai due (formula Om brevettata e qui introiettata attraverso una chiara traccia nel DNA) raggiunge picchi di forma smagliante e fa male alla bisogna.
L’equilibrio è perfetto e lo evince immediatamente con The Frozen Lake, martirio sludge di lentezza esasperante all’interno del quale fioriscono le liriche sospese di Schechter, circondate da infusioni mazzystariane, contraltari di debilitazioni fantasmatiche che odorano di psichedelia lontano un miglio e, drenando dai colori brani come Cleaven Hearted, creano un mondo caleidoscopico fatto di incubi. Ancora discese -gaze verso le peggio malebolgie con Youth Body Swayed, ancora il cantato che si inerpica su per la colonna vertebrale e qui paiono apparire i Low più rumorosi virati doom come una visione mistica in preda alle allucinazioni più spaventose che si riverberano sulla corazza al limite del noise rock della ferale The Hands, canto di prigionia in una carne che marcisce. Psychological Jackal è un’ordalia di rumore lucifugo infilzata da synth spaziali, una lugubre processione funebre che balugina nel buio più pesto, col drumming operato da Wyskida che raggiunge l’apice, seziona, bastona, lancia e sterza, spinge sotto le grida di Schechter.
Compare Colin Marston, signore e padrone del metal d’avanguardia (oltre a presiedere i banchi mix più marcescenti muove, tra le altre, i Krallice, macchina demoniaca) e, oltre a curarsi del missaggio, piazza un sintetizzatore cosmico nelle faglie dark della massacrante Inverted Whirlpool, mentre i due Insect Ark imbastiscono un drone muscolare che gira a spirale per sette minuti di puro terrore.
La famigerata maturità artistica di cui tanto si va cianciando qui si palesa tutta. “Raw Blood Singing” tiene fede al suo titolo e lo fa scorrere a fiumi. Sangue nero pece.




