The March Violets – Crocodile Promises
Recensione del disco “Crocodile Promises” (Metropolis Records, 2024) dei The March Violets. A cura di Maria Macchia.
Sospeso tra passato e presente è “Crocodile Promises” il terzo full-length dei March Violets, band originaria di Leeds e quindi concittadina dei Sisters of Mercy. Precisazione necessaria, perché non stiamo parlando di un gruppo di recente formazione, bensì di una combo che, tra cambi di lineup, scioglimenti e reunion, esiste dal 1981, cioè è nata in un’epoca in cui il post-punk si era evoluto nelle sonorità oscure del gothic rock, i cui principali esponenti erano, come è noto, oltre ai Sisters, Joy Division, Siouxsie and the Banshees, Bauhaus e Cure.
La storia dei March Violets è quanto meno anomala: essi nacquero infatti quarantatré anni fa, all’Università di Leeds, da un incontro tra il chitarrista Tom Ashton, il bassista Laurence “Loz” Elliot, il cantante Simon “Detroit” Denbeigh e la vocalist Rosie Garland. Il loro EP eponimo uscì pochi mesi dopo; le percussioni erano fornite da una drum machine, soprannominata “Dr. Rhythm” (elemento in comune, dunque, con le scelte sonore dei già citati Sisters of Mercy). Fino al 1987, anno in cui si sciolsero, i Violets pubblicarono una sfilza di singoli ed EP, uno dei quali, Walk into the Sun (1984), raggiunse il primo posto della UK Indie Chart. Vent’anni e qualche compilation dopo, ebbe luogo un concerto-reunion del gruppo a Leeds in cui Elliot fu sostituito da Mat Thorpe. Negli anni seguenti, che videro Garland ammalarsi di cancro alla gola e fortunatamente guarire, la rinata band pubblicò due album autoprodotti, “Made Glorious” (2014) e “Mortality” (2015). Arriviamo così ai giorni nostri, con il nuovo lavoro ed un tour che porterà la formazione ad esibirsi in numerose venues del Regno Unito.
“Crocodile Promises” vede Rosie come unica vocalist, Ashton alla chitarra, Thorpe al basso e, naturalmente, Dr. Rhythm alle percussioni. Il sound dei Violets guarda al passato e alla migliore tradizione goth-rock e post-punk con basso pulsante, chitarre acide e, soprattutto, con la vocalità profonda ed avvolgente di Garland, ma anche alla contemporaneità, virando a tratti verso l’alternative rock. L’opener Hammer the Last Nail – unico singolo estratto dall’album – apre le danze con un’atmosfera oscura che rimanda ai classici del genere, con un basso old school ed un groove serpeggiante di drum machine. In Bite the Hand l’interpretazione vocale si sposta verso il parlato, creando un effetto martellante e claustrofobico. Virgin Sheep parte con il solo basso, seguito dall’ingresso di una chitarra che ricorda a tratti lo stile di Johnny Marr degli Smiths. Si rallenta, ma solo di poco, il ritmo in Kraken Awakes, una sorta di incubo ad occhi aperti che cita il leggendario mostro marino. Mortality è, di fatto, la title track dell’album precedente,che era stata accantonata a causa dell’ictus che aveva colpito Simon ed era stata ritenuta di cattivo auspicio. Il clima si fa più luminoso e sereno con Crocodile Teeth, che si sposta sul versante dream pop e rievoca episodi di Siouxsie and the Banshees, così come la traccia conclusiva This Way Out, che soprattutto a livello vocale ci fa pensare alla Sioux, ma poi vira in altre direzioni con le scintillanti sfumature della sei corde di Tom Ashton.
I March Violets sono dei sopravvissuti? Sì e no: rispetto ai lavori in cui Denbeigh era protagonista, il loro sound si è evoluto, ma ha mantenuto la costante della chitarra tagliente e distorta di Ashton, fondamentale nel definire il loro stile. La loro musica potrebbe essere definita atemporale, poiché giunge direttamente dall’epoca d’oro del goth, senza sostanziali scostamenti da esso; è altrettanto vero che, sulla scena britannica e altrove, nuove generazioni di musicisti, produttori e ascoltatori stanno riscoprendo il grunge, il dream pop, lo shoegaze e lo stesso gothic rock, pertanto le band che sono state le progenitrici di questi generi stanno trovando un nuovo pubblico.
“Crocodile Promises” è un album coerente e di spessore, che segna, sia pure in modo inconsueto – vale a dire ad oltre quarant’anni dalla nascita – la raggiunta maturità artistica dei Violets e le tracce che lo compongono reggono benissimo il confronto con i singoli che li avevano individuati, nei primi anni Ottanta, come uno dei gruppi più promettenti della scena goth. Garland, Ashton e soci sono davvero in gran forma e in grado di rivolgersi sia ai loro nostalgici coetanei, sia agli ascoltatori più giovani che vorranno farsi trascinare dalle loro sonorità affascinanti e tenebrose.




