“Da Hallelujah a The Last Goodbye”: la nuova biografia di Jeff Buckley, di Dave Lory con Jim Irvin
Si entra di diritto in quel tempo, la prima metà degli anni Novanta, ben definito, rimanendo incollati alla successione delle novità e agli sviluppi che animano la storia. L’alone di Jeff, della sua personalità e creatività, avvince, sovrasta, conquista.

Leggere questo libro significa rendere gran tributo a un artista geniale come lo è stato Jeff Buckley, mai dimenticato fin dalla sua scomparsa nel 1996 e con all’attivo un solo album pubblicato, “Grace“; ciò significa pure calarsi affettivamente e umanamente nei pensieri di coloro che hanno collaborato con lui, tastare il polso degli addetti ai lavori, dei fans, proiettarsi in quella scena piombando nel contesto di allora, insomma, gioire e soffrire lungo la strada percorsa da Jeff e Dave.
Dave Lory, manager e roadie di Jeff, scrive (in tandem col giornalista Jim Irvin) un appassionatissimo libro onde ripercorrere le tappe a partire dal tour promozionale dell’EP “Live at Sin-é“, originariamente composto di sole 4 tracce e che serviva a spianare la strada per l’uscita del successivo “Grace“; utile altresì a costituire una forte fan-base nel mercato discografico americano ed europeo, sino a giungere alle session preparatorie per il secondo disco, purtroppo mai completate.
Il testo lo si potrebbe considerare una sorta di diario, nonché testimonianza a tutto tondo di chi fosse Jeff, la sua storia e le sue ambizioni, le caratteristiche umane e artistiche, le paure e le ossessioni, ma soprattutto ne emerge l’enorme statura artistica, frutto anche dell’evoluzione avviata da Lory e concatenata alle enormi pressioni cui il successo lo sottopose, allo stress e in definitiva alla inglobante giostra del music-biz che gli chiedeva urgenza nel confezionare un nuovo capitolo, post “Grace“, atto a consolidarne lo status di rockstar (e quindi delle vendite), a discapito però della propria indipendenza artistica, del suo rifiuto per lo star system e dei tempi giusti per la gestazione della seconda opera, certo da concertare in un clima di serenità mentale per non scendere di livello.
La parabola narrata, drammaticamente breve, è consigliabile leggerla su queste pagine (di sicuro altri libri parleranno di JB, cito ad esempio quello di Gary Lucas, dal titolo “Touched by grace. La mia musica con Jeff Buckley“, che varrebbe la pena procurarsi) piuttosto che vederla in un futuro prossimo al cinema, poiché sarebbe estremamente riduttivo condensare i fatti, i contrasti e i processi qui descritti, che in questo formato hanno il giusto respiro e il pregio di investire il lettore, quindi assorbirlo nella totalizzante e incredibile trama, la storia di un talentuoso giovane uomo e delle vicissitudini che lo posero in primo piano sullo scenario interplanetario della musica.
La narrazione introduce alla comprensione di molteplici aspetti della vicenda Jeff Buckley e nondimeno interessante e accattivante è la campana dell’autore: Dave Lory, il quale da musicista batterista passa a specializzarsi e occuparsi di tour ed eventi importanti del mondo discografico, oltre a essere manager di artisti, vale a dire guidarli verso l’edificazione di un risultato che ne attestasse altezza e prestigio, ben istruendoli con la propria esperienza lungo un percorso di crescita reciproca. È lui il confidente, quello che para il sedere, che accompagna e fa trovare tutto predisposto e allo stesso tempo mantiene il filo diretto con tanti soggetti, soprattutto con l’Etichetta che ha investito sull’artista. È la mente organizzativa, supervisiona e programma, fa scelte strategiche a vantaggio dell’artista, affinché possa diventare un soggetto indipendente economicamente dalla casa madre e dettare di conseguenza a questa le proprie condizioni. Cade a proposito la citazione di un brano degli AC/DC, It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock ‘N’ Roll).

La passione per la musica è scontata. Il piccolo Jeff cresce nel mito dei Led Zeppelin e proprio l’amore per Jimmy Page lo condizionerà a imbracciare la chitarra. Così il giovane si nutre di musica e allarga a dismisura il ventaglio di ascolti e di tutti i generi, addirittura riproducendo a menadito, con la voce, le innumerevoli canzoni di suo gusto: Nina Simone, Robert Plant, James Brown, Edith Piaf… Frequenta il GIT (Guitar Institute of Technology), scuola in cui affina l’ottima tecnica, diventando preparatissimo session man, ma con un sogno nel cassetto: pubblicare una ventina di album di successo, sensuali, unici e strabilianti.
Sono 300 pagine distribuite in 11 capitoli e scorrono davvero velocissime tra le mani del lettore, cui le vicende narrate da Lory si susseguono e avvicendano calamitando l’attenzione. Si entra di diritto in quel tempo, la prima metà degli anni Novanta, ben definito, rimanendo incollati alla successione delle novità e agli sviluppi che animano la storia, molto variegata e altrettanto guarnita di precisi cenni critici. L’alone di Jeff, della sua personalità e creatività, avvince, sovrasta, conquista.
Ci si sente tagliati a metà perché si sentono nella pancia due distinte sensazioni: la felicità dell’innamorato che avverte le farfalle più l’eccitante subbuglio, quanto il dolore persistente che lì pesa quando l’amore finisce. Questo spaccato emotivo si snoda lungo la lettura e gli si rimane aderenti, perché coinvolti in ogni situazione dolce-amara vissuta da Lory e da Jeff, e dai fidi gregari, sino a essere completamente trasferito nell’anima di chi legge, evidenziando la cosa principale che ci si aspetta da un libro, che esso ripaghi della fiducia riposta.
Lory parla di un mito della musica rock che ha sedotto sin dagli esordi e senza mezzi termini il cuore dei suoi ascoltatori, ed è proprio così, questo fatto traspare nel libro e nei molti che, pur scettici, lo ascoltarono per la prima volta. Persino Bowie indica “Grace” come uno dei suoi favoriti. Personalmente ricordo di essere stato attraversato da una invisibile freccia di cupido in un grigio pomeriggio autunnale, MTV di sottofondo in soggiorno, quando d’improvviso fui folgorato alle spalle da una prodigiosa melodia, era lo strale angelico della voce di Jeff su “Grace“.
Chiaramente, Lory ha molti più elementi di me per essersi innamorato di Jeff e fin dal primo incontro, avvenuto il 10 ottobre 1993 in St Mark’s Place, grazie a George Stein, avvocato per la Columbia in cui vi introdusse Jeff.
E poi dannazione, detesto dover vestire i panni da lavoro anche di domenica! L’ultima cosa che vorrei oggi è proprio occuparmi di faccende manageriali, seduto di fronte a un legale, senza contare quanto mi mandi in bestia aver a che fare con gente che mi prende per il culo presentandosi in ritardo”!… “A un tratto finalmente George lo vede arrivare. Si alza subito sull’attenti per dargli il benvenuto con tutti i convenevoli del caso. “Hey, Jeff!” È un tipetto carino. Non troppo alto, circa un metro e settanta. Capello corto sotto quel Borsalino che gli nasconde un po’ il viso. Appare trasandato. L’aspetto è quello di chi è caduto dal letto da non più di dieci minuti. Jeans neri, maglietta bianca con scollo a V, anfibi Doc Martens logori e un portachiavi infilato alla bell’e meglio in una tasca. Non si può certo affermare che non sia un bel ragazzo, ciò non toglie che si è presentato con tre fottutissimi quarti d’ora di ritardo. Non si fa così, è da stronzi patentati. George non è tipo da abbracci. Gli stringe la mano e subito facciamo conoscenza. “Ben ritrovato, lascia che ti presenti Dave Lory. Dave, Jeff Buckley.
L’introduzione al libro, scritta per mano di Dave Lory, ne definisce la struttura, il pathos e costruisce il contesto in cui comincia a spuntare fuori Jeff Buckley, da quando si trasferisce a NYC e comincia a suonare in piccolissimi locali, come lo Sin-é. Lory inizialmente lascia parlare i personaggi di rilievo che approcciarono con Jeff e ne vengono fuori delle belle, massimamente la caratura e l’ecletticismo sconfinato, magistrale, di quelle prime esibizioni fatte di Telecaster e voce, solo e ravvicinatissimo al pubblico. Quei baretti erano talmente striminziti ma vi ci potevi trovare star di passaggio, oppure talent scout e professionisti del settore, oltre a gente comune che vi sostava per un drink. New York era un luogo cruciale per mettersi in mostra e Jeff non lesinava di suonare in questi posti guadagnando ingaggi a ripetizione pur di esibirsi.
Ovviamente resto colpito dalla sua voce e da come sapeva usarla per riempire l’atmosfera, ma a impressionarmi davvero sono tutti quegli accordi rivolti e quelle note di passaggio sulla chitarra. Ne capisce eccome di orchestrazione, con un buon tocco di reggae, blues, Jimmy Page, Jim Hall e prog rock, ci mette dentro di tutto. Assolutamente sbalorditivo. Come fa ‘sto ragazzetto a saperla tanto lunga
(Steve Berkowitz, qui in compagnia di Hal Willner: rispettivamente, il Vicepresidente marketing e A&R alla Columbia Records e il Direttore musicale del Saturday Night Live e curatore di Greetings from Tim Buckley).
La voce cominciava a spargersi e a salire la curiosità.
Fondamentale è stata la partecipazione al Greetings from Tim Buckley, il concerto tributo al St. Ann’s, in cui Jeff suonò due pezzi del padre, a innescare il primo serio moto di notorietà. L’evento ebbe discreta eco in città, il passa parola prendeva il via e questo per i suoi meriti artistici, benché proponesse solamente cover; ma una cover nelle mani di Jeff poteva essere rieditata nella stessa serata in tre differenti modi. Assolutamente versatile.
Se Chris Dowd dei Fishbone, suo amico insieme a Carla Azar (batterista degli Autolux che all’epoca lavorava con Wendy & Lisa e da lì a poco con Jagger) gli permisero un cambio di prospettiva nel fare e ascoltare musica (era in ballo un trio), anche l’incontro con Gary Lucas (chitarrista e co-compositore di Grace e Mojo Pin, nonché fondatore dei Gods & Monsters) è stato esattamente determinante, al punto che Jeff stava per unirsi al gruppo di Lucas con cui condivideva una perfetta sintonia; tuttavia si riservò di proseguire in solitaria, giacché stava forgiando la propria identità artistica protesa a inseguire il proprio sogno.
Quando ho deciso di lasciare Los Angeles per la seconda volta ambivo solo a trovarmi un posto che fosse intimissimo, dove avere tutti lì vicini, e il Sin-é è esattamente così, lì ti ritrovi in braccio alla gente. Alcuni lo frequentano più per fare quattro chiacchiere che per ascoltare musica; non a caso, infatti, spesso c’è molto brusio. Il mio scopo era quello di rafforzarmi il carattere ma con estrema naturalezza, volevo solo acquisire un po’ più di sicurezza nel mio modo di suonare e di cantare. Se non fossi riuscito a emozionare quelle persone a un palmo di naso, non avrebbe avuto alcun senso proseguire quel cammino artistico. Al Sin-é si sta proprio bene, già solo per come Shane [Doyle] lo ha concepito e allestito. La sua mira non è farci i soldi; lo aveva voluto in primis come luogo in cui sentirsi a proprio agio. Zero pubblicità, tra quelle quattro mura può succedere di tutto. Se ti esibisci in prima serata, suoni dalle nove in punto fino a dopo mezzanotte. La tempra, del resto, si vede sulla lunga distanza, un po’ come nella corsa di fondo; ne esci esausto ma disinvolto, ti assorbe completamente e il meccanismo diventa automatico. Allora ti sciogli in maniera incredibile. Quindi, in definitiva, a me andava di sentirmi disorientato, almeno un paio di volte a settimana. Suonavo lì, o al Cornelia Street Café, al Tramps, al First Street Café, alla CB’s Gallery. Ma da nessuna parte suonavo più che al Sin-é. Praticamente mi presentavo lì e dicevo a Shane: “Offrimi più serate che puoi. Tutto febbraio, tutto maggio, dammi tutto agosto. E lui mi rispondeva: “Ah, sì certo”.
Jeff Buckley
Solo quattro o cinque mesi dopo i concerti al Sin-é, Jeff era già diventato “quello da non lasciarsi sfuggire” nel Lower East Side.Clive Davis dell’Arista gli aveva offerto un contratto per 1 milione di dollari e lui ancora non aveva alcuna demo realizzata.
Per riempire quel posto bastavano una quarantina di persone, eppure le sere in cui suonava Jeff ce n’erano almeno ottanta e la fila arrivava fino giù in strada. C’era un impiantino audio ma niente di che; durante la serata, infatti, si sentiva tranquillamente il chiacchiericcio della gente, distinguevi perfino il macinacaffè gracchiare. Si è presentato sul palco con un paio di pantaloni sul verde scuro, o forse erano grigi non ricordo bene, bretelle nere e una maglietta bianca con scollo a V. Lì per lì pensai: “Tutto qui? Un bambinetto? Cos’avrà mai di particolare?” Al primo accordo, era come se un senso di calma surreale avesse di colpo pervaso l’intera stanza, e quando aprì bocca per cantare, pensai subito: “Che diavolo è questo?” Rimasi paralizzata, senza fiatare per due ore buone. Non avevo mai sentito né visto niente del genere. Scattò qualcosa di immediato e autentico. D’abitudine si gridava al miracolo inneggiando ai nuovi Soundgarden o i prossimi Beatles o chi più ne ha più ne metta, ma non c’era nulla, letteralmente nulla, di paragonabile a Jeff nella storia fino a quel momento. Era il solo e unico sé stesso. Di solito gli artisti si atteggiavano a fare “la sciantosa” sul palco di un nightclub o a teatro, roba da cabaret insomma. Nessuno osava però farlo nel rock
Leah Reid, product manager alla Columbia
Nell’ottobre del 1992 firma l’accordo con la Columbia: un anno intero per scrivere la sua musica in tutta tranquillità. Le case discografiche di solito non seguivano questa prassi. Donnie Ienner (presidente della Columbia), quando lo mise sotto contratto, disse:
Non riesco a inquadrarlo questo giovanotto, e non so cosa s’inventerà, ma sento che è un grande artista e tirerà fuori qualcosa che la Columbia sarà ben orgogliosa di pubblicare. Qualora volesse pubblicare anche solo cover, così faremo.
Il Lower East Side a quei tempi era un quartiere alla moda, pullulava di artisti, poeti e gente creativa. C’erano ancora un sacco di bugigattoli dove i più estrosi vivevano senza pagare l’affitto, e anche un bel po’ di posti strani dove rilassarsi e ascoltare poesie dadaiste e musica o vedere spettacoli teatrali improvvisati. Jeff in quel contesto ci sguazzava alla grande. Viveva sempre come se da un momento all’altro dovesse gettare tutte le sue cose in un sacco e scappare dove diavolo gli pareva, ed è più o meno quello che ha fatto.

L’escalation e la progressione di Jeff Buckley continua, naturalmente, sulla scia del successo della pubblicazione di “Grace” e del tour seguente con la band in organico; il libro è tutto un susseguirsi di lavoro, eventi, combinazioni, appuntamenti, si mette costantemente a fuoco la valenza di Jeff, egli mostra più la qualità del compositore rispetto a quella del cantautore, le cui attitudini, persino sperimentali, appaiono inarrestabili. Si narra di amori, guai, incertezze, scazzi, litigi, viaggi, licenziamenti. Si racconta della genesi della band che si costituì e unì a Jeff stabilmente per la registrazione e la promozione di “Grace“, quel che era stato il loro apporto fondamentale in termini di professionalità e feeling, la cura che Jeff usava nell’approcciare alla materia sonora, schivo a ogni coinvolgimento extra musicale. E poi le tensioni con la band, lo sbando subentrato con l’uso delle droghe, il controllo assoluto ribadito da Jeff all’entourage che lo volgeva talvolta in persona irascibile, intrattabile, problematica, cosa penalizzante per l’umore generale.
Inoltre, le peripezie di Dave Lory nell’accudirlo, nel tenerlo sempre su di morale, nel prendersi le sue responsabilità, proprio come si addice a un vero amico. I nuovi ingaggi, l’attenzione alle nuove esigenze che montavano in prima linea parallele al grosso successo che arrivava, il rapporto con la Columbia, che di rado era invasiva e perentoria se non su alcune scelte impopolari del nostro. E ancora, interviste, promo, videoclip, partecipazioni televisive, servizi fotografici, tanto girovagare per il mondo e concerti a tutto spiano stancarono di fatto Jeff, che pure aveva il suo carattere e profilo psicologico di cui tenere conto, minato e messo alla prova fino allo stremo, ai limiti dello straniamento, alla ricerca continua di una nuova dimensione che lo ricaricasse e gli permettesse di ritrovare il fulcro autentico della creatività. Ormai non era più il giovane in cerca di successo, lo aveva trovato il successo; lo sbilanciamento di ritorno di quell’enorme onda d’urto si scontrava con le sue convinzioni di uomo e di artista; naturale si verificasse un comprensibile corto circuito.
“Jeff Buckley da Hallelujah a The Last Goodbye“ risulta volume concentrato ed esaustivo, tracce stimolanti, istruttive linee guida per chiunque ne sappia poco del mondo musicale, ciò che vi sta dietro, in modo indiretto impartisce suggerimenti su come crescere ritti, quali strategie adottare per stare con sacrificio e dedizione sul pezzo, a beneficio della carriera. Sono indicati, è facile incontrarli, i passi giusti da compiere e le dinamiche che interesseranno gli artisti della musica decisi a orbitare attorno al music-biz, sebbene ci si riferisca a situazioni risalenti a circa trent’anni fa, dove internet non faceva ancora capolino. Ma nulla qui va sprecato in termini di esperienza.
Comunque sia, chiosando, tra le tante belle cose lette (curiosità e intrecci se ne trovano a bizzeffe), eccone una a cui sono particolarmente affezionato, brilla l’idea, e il coraggio di Jeff dettato forse da ragioni sentimentali verso quel “Marquee Moon“, di aver ingaggiato come produttore per il secondo album Tom Verlaine, dei Television, da cui nacque comunque una buona collaborazione e varie canzoni di pregevole fattura, si dice, furono registrate tanto da poter compilare un valido album; eppure Jeff, incontrando l’assenso di Tom, dopo un sincero colloquio tra i due, rivelò all’amico che la giusta alchimia non era scattata. Spero che un giorno quelle canzoni vengano pubblicate.
Autore: Dave Lory con Jim Irvin
Uscita: 26/06/2024
Editore: Il Castello
Pagine: 308
Prezzo: € 22,00
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