The Waeve – City Lights

Recensione del disco “City Lights” (Transgressive Records, 2024) dei The Waeve. A cura di Paolo Esposito.

I Blur e The Pipettes, dal punto di vista musicale, fanno parte di mondi completamente diversi. Seppur entrambi britannici, le epoche diverse di nascita e sviluppo ne hanno inevitabilmente allontanato i destini: la band di Damon Albarn ha costruito il suo successo imponendosi come pilastro del movimento brit-pop, mentre la all-female band di stanza a Brighton ha cercato nella sua storia più che decennale di riproporre musica orecchiabile ma ricercata. Ciò non ha impedito di incontrarsi – e innamorarsi – a Graham Coxon e Rose Elinor Dougall

Oltre ai sentimenti, i due hanno cominciato a fare musica insieme con il nome The Waeve e nel 2023 è uscito il loro omonimo esordio. Un disco che, al di là della loro capacità compositiva, ha espresso il desiderio da parte del neonato duo di cimentarsi in un percorso ancestrale, basato sulle origini delle rispettive band e della loro passione per la musica: il miscuglio di folk, psichedelia e songwriting è stato salutato con favore da pubblico e critica.

Nel frattempo però, a un anno e mezzo di distanza la missione di coppia di Coxon e Dougall è diventata più impegnativa con la nascita di una figlia, un’esperienza che un duo di artisti non può non celebrare con un nuovo disco. “City Lights” è ascolto notturno, in quelle ore di calma in cui la movimentata giornata di due neogenitori finalmente trova la necessaria calma per parlare, leggere, riflettere.

L’inizio è sancito dalla titletrack, un pezzo in cui Graham mette subito in chiaro le sue intenzioni in fatto di riff, sufficientemente taglienti e a tratti volutamente stonati. Le atmosfere notturne si impossessano della scena in You Saw, laddove in mezzo al cantato etereo di Rose a farla da padrona è un’efficace alternanza tra sax e synth. Una bassline tuonante è invece il fulcro di Moth To The Flame, che si immerge molto di più della traccia precedente in un calderone fatto di electro-punk-wave dal tipico sapore di inizio anni ‘80. Il respiro preso con I Belong To è profondo, ma qui la piacevole sorpresa sono gli archi che accompagnano il cantato ipnotico e ispirato della coppia, oltre ai riff stavolta più liquidi di Coxon. In accoppiata giunge Simple Days, dove svetta un’incantevole interpretazione da parte di Rose.

La seconda metà del disco inizia con la ruvida Broken Boys, uno snodo che precede gli ultimi quattro pezzi, il momento decisamente più ispirato del disco, a cominciare da Song For Eliza May, dedicata alla neonata di casa Coxon – Dougall. La lunghissima Druantia, quasi otto minuti, a momenti sfiora il prog di matrice Crimsoniana. Il folk, inteso come musica che affonda le sue radici nella terra natìa, in Girl of the Endless Night è abbinato ancora una volta al concepimento, visto come una lunga notte che alla sua fine sfocia nella luce (di nuovo naturale) di Sunrise. Il cerchio si è chiuso, il percorso riparte dallo stesso punto.

I segnali erano già chiari un anno fa, oggi ne abbiamo piena conferma: The Waeve hanno dato vita a un progetto estremamente interessante e vario. La chiave di tutto è stata discostarsi naturalmente da tutto ciò che le loro band hanno egregiamente espresso in trenta e passa anni di carriera, confezionando successi e dischi seminali per intere generazioni di ascoltatori e futuri musicisti. Non uno stanco “come eravamo”, quindi: “City Lights” è prospettiva futura, è un modo diverso di condividere e comporre musica, nascita e ri-nascita, da qualsiasi angolazione la si guardi.

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