Wunderhorse – Midas

Recensione del disco “Midas” (Communion Records, 2024) dei Wunderhorse. A cura di Antonio Boldri.

Fontaines D.C.. E’ sufficiente questo nome come captatio benevolentiae. La band più in voga, con più hype del momento, è un ottimo biglietto da visita per convogliare gli ignari verso i Wunderhorse, formazione inglese attiva dal 2020, salita agli onori della ribalta proprio grazie ai più blasonati commilitoni rock, che se li porteranno a spasso in giro per l’Europa nel prossimo novembre nel Romance Tour, Italia compresa (Milano – Alcatraz). Un tempo li avremmo appellati barbaramente come “gruppo spalla”; oggi possiamo scegliere tra opening act, support, special guests e via dicendo. Cambia la forma, non la sostanza.

Nonostante la provenienza albionica e le (cattive?, buone?) compagnie irlandesi, i Wunderhorse, sembrano tutto fuorché un gruppo di stampo british. Il loro sound si impernia sulla rotondità, sulla  morbidezza, e, anche nei rari casi in cui provano a togliere le briglie alle chitarre e si lasciano andare alle distorsioni, non riescono ad essere nulla di più di una versione edulcorata e intonata dei Nirvana più moderati (July). Intendiamoci, non è un peccato, non è un male. Solo che quando mi sono approcciato a “Midas”, secondo album dopo “Cub” (2022), sapendoli alle calcagna di Grian Chatten & co., mi aspettavo qualcosa di più spigoloso e meno orecchiabile.

Invece, fin dalle prime note, ogni rimando stilistico lascia pensare ad una band americana, impregnata di folk moderno: tempi lunghi, distese oceaniche e calme, un portico, una sedia a dondolo e strade illimitate e lunghissime davanti (Aeroplane). Se avessi ascoltato “Cub” al tempo della sua uscita non mi sarei stupito così tanto, ma essendo arrivato via Dublino faticavo a credere alle mie orecchie, tanto da controllare di non aver sbagliato band. E’ un po’ come se mi avessero detto che i Lemon Twigs sono un gruppo contemporaneo: non ci credi finché non lo vedi scritto su Wikipedia.

E, visto che ormai sono caduto nell’onanismo preferito del recensore, ossia il citare altre band per descrivere la band di cui si parla, non si possono non nominare i National, forse vero e proprio stilema dal quale prendono spunto i Wunderhorse. Non un clone, e neanche una malcelata imitazione; probabilmente neanche nessun contatto diretto. Ma pezzi come Arizona, ecco di nuovo le stelle e strisce, non possono non rimandare ad un album come “The Boxer”.

Fatta questa necessaria specifica, e scrollato di dosso il pregiudizio che la frequentazione coi Fontaines D.C si porta dietro, devo però ammettere di trovarmi di fronte ad un disco discreto. Un pezzo come Cathedrals, seppur molto classic rock, è senza dubbio di ottima levatura, e con un po’ di fortuna potrebbe anche diventare una di quelle ballate che travalicano le tempistiche di dimenticanza contemporanee. Se “Midas” fosse uscito ai tempi (non eroici) degli Staind o dei Nickelback, avrebbe potuto centrare quell’incavo tra il mainstream e la “scena alternativa” che tanto piaceva allora. Oggi, con le orecchie sature di qualsiasi tipo di musica possibile e immaginabile, il giudizio si fa più cinico. Non si alza sopra la media, non rischia di diventare epocale ma lascia vedere delle buone cose. Certo, il suono è un po’ troppo quadrato, regolare, e anche le sbavature, i picchi, sembrano tutti voler essere controllati, quasi a non voler spezzare una regolarità apprezzabile ma che non lascia il segno.

Concludendo, la copertina è emblema del disco stesso. Di sfuggita, a primo impatto, mi è sembrato un gargoyle, scelta inquietante e curiosa; è bastato però attenzionare la figura perché ogni tratto singolare si sia ridefinito in modo meno crudo e più addomesticato mutando il mostro in un mite uccellino. Esattamente come “Midas”: un buon scatto, purtroppo privo di quel guizzo di irregolarità che gli avrebbe giovato.

Aspettiamo i Wunderhorse al terzo giro.

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