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Golden Hours – Beyond Wires

2026 - Fuzz Club
alt-rock / psych

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Tracklist

1. Whatever Happens Today
2. Heading For The Moon
3. Arctic Desert
4. The Letter
5. Book Of Lies
6. The Same Thing
7. Voices
8. Train I Ride
9. Pray For Darkness
10. The Water’s Fine


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I Golden Hours nascono nel 2022 ad Atene dall’incontro di Rodrigo Fuentealba Palavacino, chitarrista in tournée con i Fuzztones, e Tobias Humble, batterista arruolato dai leggendari Gang Of Four. Tornati a Berlino, i due trasformano la chiacchiera da birra in un’idea concreta (ebbene sì, ogni tanto succede), tirando dentro anche Hákon Aðalsteinsson (chitarra/voce, già in The Brian Jonestown Massacre, The Third Sound e Diagram) e Wim Janssens (basso/tastiere/voce, già in Ellroy e Joy Wellboy).

Dopo il debutto omonimo del 2023, “Beyond Wires” alza l’asticella con la sicurezza di chi in studio sa quando accelerare e quando frenare, quando aggiungere e quando togliere. Insomma, la sicurezza di chi è cresciuto a pane e underground. Neanche a dirlo, il basso è sempre ben in avanti, le schitarrate sono taglienti ma melodiche, le ritmiche dal chiaro pedigree post-punk ma aperte a inflessioni trip-hop (sarà che Tobias e Wim sono collaboratori di Tricky). Il vero colpo di classe, però, sta nelle voci di Hákon e Wim, che si alternano con una coerenza quasi inquietante, come due facce della stessa persona, ricordandoci tanto Iggy Pop quanto Paul Banks.

Anche questa volta si punta tutto su una nostalgia vissuta, quasi “muscolare”, che guarda dritto ai primi anni Duemila, all’apice del revival indie-post-punk. Whatever Happens Today e Train I Ride ne sono un esempio chiarissimo: scure, tese, con un mood che resta incollato, alla maniera degli Interpol di “Turn On The Bright Lights” (2002). La vera perla, però, è Pray For Darkness, un gioiellino come se ne sentono pochi di questi tempi, in cui ogni musicista sembra muoversi in autonomia, per poi ritrovarsi in un ritornello esplosivo, che punge con chitarre dal retrogusto tutto eighties. Peccato che la chiusura, The Water’s Fine, non regga lo stesso peso, abbassando la temperatura proprio al momento più alto del disco.

Heading For The Moon, dal canto suo, apre invece a un pathos più anni Dieci, con un’aria da “cuore in mano” alla Future Islands, dove il confine tra rock e pop è davvero sottile (e non sempre la band lo attraversa senza inciampare). Con la cavalcata kraut “The Same Thing” e la doppietta The Letter / Book Of Lies emerge invece il lato psichedelico del progetto, che profuma indubbiamente di The Brian Jonestown Massacre (e, per proprietà transitiva, di The Jesus & Mary Chain), in cui si palesa l’appartenenza alla scuderia londinese Fuzz Club e che piacerà molto ai fan dei nostrani New Candys, Sonic Jesus e (soprattutto) Soviet Soviet.

Nel complesso, dunque, “Beyond Wires” si ascolta davvero molto facilmente, e questa è un’arma a doppio taglio: niente rivoluzioni, nessuna ricerca del “capolavoro”, piuttosto tanto gusto, mestiere e un’idea ben precisa di atmosfera, molto europea, allineata con quella degli svedesi Rome Is Not A Town e degli inglesi The Orielles, per citarne un paio. In ogni caso, mi sembra chiaro che i Golden Hours suonino più per piacere che per conquistare il pubblico, ma quando azzeccano il tiro, quella luce (da golden hour, appunto) si vede eccome. E dura abbastanza da farti tornare indietro e ripremere play.

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