Trentemøller – Dreamweaver
Recensione del disco “Dreamweaver” (In My Room, 2024) di Trentemøller. A cura di Simone Grazzi.
Ciò che non ti aspetti a volte accade. Un arpeggio di chitarra. Una voce. Lontana, lontanissima. E subito a controllare che il disco che stai ascoltando sia davvero quello giusto. Si. Lo è. Non è certo dispiacere il mio. Solo sorpresa. Meravigliosa sorpresa. E felicità. Perché uno dei tuoi musicisti preferiti non ti ha deluso. Anzi, appunto, ti ha sorpreso. Che a conti fatti è tra le cose più belle che un musicista che tu adori possa fare.
I primi 5 minuti e 47 secondi del nuovo album di Andres Trentemøller, quelli di A Different Light, prima traccia di “Dreamweaver”, sono dolcezza pura. Suoni acustici. Corde accarezzate. Echi. E tutto questo dopo un percorso che ha attraversato techno house minimale, ambient, trip hop, downtempo e poi giù a picco tra chitarre e batterie new wave e post punk inglese.
A quasi vent’anni dal primo disco, eccoci ancora una volta qua, con sguardo rigorosamente rivolto verso la punta delle nostre scarpe, a dondolare la testa da un lato all’altro e ad apprezzare il lavoro di un dj, musicista e producer di nazionalità danese, ancora nel pieno del proprio algido talento. Scivolando dalla prima alle tracce successive, le luci, già soffuse, si fanno ancor più flebili, la temperatura si abbassa, gli occhi si socchiudono e la forza di gravità sembra non aver più interesse a trattenerci al suolo.
Nightfall, la traccia che preferisco dell’intero album, è un’ombra oscura che avvolge tutto quanto, in un attimo, sin dalle prime note. Chitarre paisley su atmosfere dark da film horror anni 50, quelli della vecchia Hollywood degli anni che furono per intendersi. Poi Dreamweavers, dove la voce della cantante islandese DiSA, continua a manifestarsi alle spalle di glaciali echi post rock. Splendido anche il video diretto dal regista Jonas Bang.
Richiami esageratissimi e molto apprezzati a monumenti romantici come Joy Division, Depeche Mode, Echo & the Bunnymen, Cure, ma anche dediti alle atmosfere oniriche e nebbiosissime che Angelo Badalamenti descrisse come sfondo alle vite dei personaggi alle pendici dei picchi gemelli di Lynchana memoria, ascoltare I Give My Tears, Behind My Eyes, Hollow e In A Storm per constatare la veridicità di tale mia affermazione. Testi astratti, malinconie, silenzi. Battiti, sussurri, stropicciature.
Il disco volge al termine, ma la gravità non è ancora tornata. Anzi. Winter’s Ghost è un onirico lento galleggiare sospesi tra il cantato e il muro sonoro che emerge dalle profondità più oscure da cui l’autore ha sentito di voler attingere per questo suo nuovo capitolo creativo. Dopo questa meravigliosa nona creatura se ne arriva infine Closure, pezzo conclusivo del disco. Gli ultimi bagliori stanno per affievolirsi del tutto. La notte volge al giorno. Le note di un pianoforte in battere lasciano spazio all’arpeggio di chitarra in un finale etereo e fumoso.
“Dreamweaver” è un disco che necessita giusta (e meritata) attenzione e soprattutto un grazie per le emozioni che riesce a donare. La sua bellezza è immediata. Io l’ho trovata immediata. Cerco le parole per la chiusa finale. Non le trovo.
E allora smetto di cercarle e vi dico solo quanta voglia ho che arrivi presto domani, per prendere la macchina, puntare verso nessuna metà e lasciare che sia l’ascolto di questo disco a ispirarmi su dove andare a godermi lentamente, molto lentamente, un nuovo giorno.




