Nightwish – Yesterwynde
Recensione del disco “Yesterwynde” (Nuclear Blast, 2024) dei Nigthwish. A cura di Alessandro Logi.
Anticipato dai singoli Perfume of the Timeless e The Day of…, “Yesterwynde” rappresenta il ritorno dei Nightwish a distanza di quattro anni da “Human. :II: Nature.” e nove da “Endless Forms Most Beautiful”, e il terzo album con Floor Jansen alla voce. La gestazione dell’album è stata decisamente tortuosa, tra la pandemia, l’abbandono del bassista e voce maschile Marko Hietala – nella band da ormai venti anni – e un cancro al seno che ha colpito la stessa Jansen. Per queste motivazioni, la band ha deciso che all’album non seguirà alcun tour di concerti (o almeno non nell’immediato).
L’album prende il nome da una parola coniata dal polistrumentista della band Troy Donockley – “yesterwynde”, appunto. Come affermato dal tastierista, leader e compositore della band Tuomas Holopainen, la parola descrive un particolare nesso di connessione con le generazioni passate. Del resto, le tematiche dell’album sono perfettamente in linea con quelle dei due album precedenti: la scienza, la natura, la storia, la società il senso della vita.
Anche le sonorità dell’album non si discostano troppo da quelle dei predecessori. Ci sono inevitabilmente dei brani come An Ocean of Strange Islands, Something Whispered Follow Me o Spider Silk presentano il tipico symphonic metal orchestrale di “Dark Passion Play” o “Imaginaerum”. La malinconia acustica di Sway e il folk metal di Hiraeth rappresentano un must in ogni disco della band a partire dall’arrivo di Troy Donockley, con la sua voce e i suoi strumenti celtici. Ci sono, però, anche sonorità nuove, come i synth anni ’80 di The Day Of…, le strofe dance-rock di The Children of ‘Ata o il breakdown industrial di The Antikhytera Mechanism. Decisamente interessante anche The Weave, il brano più heavy del disco, che finalmente valorizza un minimo Emppu Vuorinen (chitarra), Kai Hahto (batteria) e Jukka Koskinen (basso). Struggente Lanternlight, ballad che chiude l’album.
Il disco ha sicuramente il merito di illustrare la versatilità stilistica della band finlandese. Tuttavia, siamo ben lontani dagli ormai antichi fasti della band. In primo luogo, le canzoni privilegiano strutture e melodie vocali decisamente complesse ma emotivamente poco coinvolgenti. Basti pensare ai due singoli Perfume of the Timeless e The Day of…, che nulla hanno a che spartire con Ever Dream, Nemo, Amaranth o addirittura Elan. Sia chiaro: melodie e strutture complesse non sono un male in sé, anzi. Il problema si presenta quando una band (ormai progetto solista di Tuomas Holopainen a tutti gli effetti), una volta in grado di emozionare con la semplice melodia di una Sleeping Sun, si ritrova a ricorrere a continui barocchismi per stupire chi ascolta. Dal suo ingresso nella band, Floor Jansen – senza dubbio la cantante più versatile e tecnicamente completa della storia del gruppo – si ritrova a cantare nuove canzoni arzigogolate che difficilmente riescono a coinvolgere emotivamente l’ascoltatore, quando lei è perfettamente in grado di portare alle lacrime nelle esibizioni live delle vecchie canzoni (raccomandata assolutamente la sua interpretazione di Ghost Love Score). Il tutto con un mixaggio che non rende giustizia alle sue capacità vocali.
In secondo luogo, si sente l’enorme mancanza di Marko Hietala. Se Koskinen riesce a fare un ottimo lavoro col basso, si avverte l’incolmabile assenza della potente voce maschile che, per vent’anni e sei dischi, ha fatto da controcanto alle cantanti che si sono susseguite nel tempo. Le poche parti vocali maschili sono affidate a Donockley, la cui voce sommessa riesce ad emergere solo nelle parti più soft.
Infine, nell’album ci sono diverse sezioni che puzzano di filler. I Nightwish, sia chiaro, hanno sempre proposto delle sezioni strumentali anche molto lunghe. In passato, però, queste spesso avevano una dinamicità che non le faceva pesare; anzi, sovente erano molto accattivanti. Col passare del tempo, però, hanno iniziato a proliferare delle parti che sembrano messe lì solo per allungare il brodo. L’esempio più eclatante è il minuto e mezzo iniziale di Perfume of the Timeless, che appare totalmente non necessario e slegato dal resto del brano.
In conclusione, “Yesterwynde” non è un album da buttare e, viste le pubblicazioni immediatamente precedenti – soprattutto “Human. :II: Nature.”, probabilmente il loro album meno riuscito – è addirittura sopra le aspettative. Ma se vi approcciate ad esso con l’aspettativa di trovare un disco all’altezza di “Century Child“, “Once” o “Imaginaerum“, rimarrete decisamente con l’amaro in bocca.




