Cigno – Buonanotte Berlinguer
Recensione del disco “Buonanotte Berlinguer” (Dirt Tapes/Audioglobe/Avantgarde Music, 2024) di Cigno. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Si parla non di rado, da queste parti, di un vuoto politico-musicale spesso e volentieri difficile da colmare. Sembra un tabù e sono ancora poche le band/gli artisti che, alle nostre latitudini, mettono nel mirino tutto lo schifo di una società ferma al palo. Ai tempi che furono la selva antagonista era rigogliosa e aveva i propri alfieri che non restavano reclusi al circolino dietro casa (dai Fluxus al Teatro degli Orrori il passo è stato tutto tranne che breve, ma si è compiuto), oggi, invece, sembra che il disboscamento ci abbia lasciati soli.
Poi appare Cigno e sembra un miraggio nel deserto. Già lo scorso anno il cantautore romano ci aveva dato sotto con quel gran disco che è “Nada! Nada! Nada!” e per non farsi mancare nulla torna alla carica come un rinoceronte incazzato nero. La terza prova è sempre quella che, a mio avviso, certifica qualcosa, e già un titolo come “Buonanotte Berlinguer” può fare la differenza. La mancanza di una figura come quella di Enrico non basta a spiegare il sentimento che muove, a mancare è l’ideale e la lotta, e se quest’ultima c’è sembra non attecchire.
Basterebbe il singolo Il tuo schiavo sta arrivando, mette a nudo l’ipocrisia del cittadino e di tutti coloro che stanno sopra di lui, un anatema, una maledizione totale, maledetto lo Stato, il lavoro, lo sfruttamento, la guerra calda, papa Bergoglio, maledetti tutti, con rabbia che da vicino richiama il Capovilla di quegli anni di cui sopra, strali lanciati con furia post-punk allucinata e feroce. “Buonanotte Berlinguer”, però, ha molte più facce da mostrare e nulla davvero di celato. Lo stesso spettro postpunkeggiante si palesa nell’attacco anarchista di Errico Malatesta, che è il nome del brano ma anche l’evocazione del personaggio, “un uomo libero”, libero è il grido che ne scaturisce e se ne conosci il pensiero sai che è perfetta messa in musica; una melma oscura che si riversa nel ritmo ipnotico di L’alluvione del padrone, scende tra la gente e distribuisce con demenza violenza gratuita, tra fiati notturni e paura di distende, anzi, tende (“Il mio gommone è come il tuo, come no/ Andiamo tutti al fronte, togli Cristo dalle porte / Siamo sommersi nel disagio carità / Serve contegno, mescalina e svenimento / Se l’umore è ancora spento / Ma non ci hanno già ammazzati in quantità?”) all’estremo; H è blasfemo dancefloor all’inferno, un canto maligno, “mi buco di Cristo”, come droga che rintrona e sfascia, casse dritte che perforano e si trasformano in cubi d’acciaio in La Dottrina. “Questo torpore cos’è? La dottrina!”.
Nenie e litanie anti-liturgiche corrodono il degrado industriale: Cimitero Partigiano, debilitante stomp doom ad altissimo gradiente elettrogeno, Avantiere folk in odore di apocalisse, tra cori e un passato che si infiltra in un oggi avvelenato da una guerra che non si è mai fermata, i cui rumori tornano come un’eterna dannazione, la stessa del suolo sovietico che dipinge Leningrado, risposta a tono ai Molchat Doma oggi e ai CCCP che furono (di quelli che sono nemmeno voglio pensare), “A Leningrado la disfatta della NATO”, “Dite a mia madre che non tornerò”, un disastro in eco tra prima e dopo. Un sentire che si ripercuote per tutta la durata del disco, a-temporale, esteso, profondo.
Cigno confeziona il disco “contro” che serviva, almeno a noi che necessitiamo di quelle voci di cui finiamo per parlare solo al passato. Nell’Italia del 2024 piagata da piattume, centrismo e destrismo laidi in egual misura e sogni infranti da sprezzanti “giudici X” è una boccata di ossigeno, venefico, ma pur sempre ossigeno.




