“Head Over Heels”, il cuore strappato dei Cocteau Twins
“Head Over Heels” è una gemma sottovalutata nella discografia dei Cocteau Twins, un disco che, pur non possedendo tutto ciò che avrebbe reso famoso il gruppo, nel suo attaccamento viscerale ad un genere ne dà una versione viva e pulsante. Proprio come un cuore un attimo prima di venire strappato via.

“Head Over Heels” per me è IL disco dei Cocteau Twins. Non c’è bisogno che me lo diciate, amicə; so bene di essere parte di una ristrettissima minoranza di oppositorə alla diarchia formata da “Treasure” e “Heaven or Las Vegas”, quasi unanimemente considerati – e per tanti versi, a ragione – i due capolavori del trio britannico, oltre che due pietre miliari per almeno un paio di generi musicali.
Del resto, pur avendo già in sé il germe di quello che sarebbe poi stato il suono unico dei Cocteau Twins, “Head Over Heels” è per tanti versi un disco ancora grezzo, con un lato fortemente derivativo rispetto al gothic rock e al post-punk che dominavano all’epoca. Le atmosfere eteree e sognanti che hanno fatto la fortuna del trio avrebbero iniziato ad emergere soprattutto col successivo “Treasure”; “Head Over Heels”, da questo punto di vista, manca ancora del coraggio necessario per recidere il cordone ombelicale che lo tiene attaccato ai generi di origine.
Ma allora che cosa mi fa dire che questo disco IL disco dei Cocteau Twins? Semplice: si tratta del disco che forse più di qualunque altro associo a mio padre. Ammetto che i ricordi si fanno confusi, e che ormai è arduo per me dire se sia nato prima l’uovo o la gallina – vale a dire, se io abbia sentito “Head Over Heels” per la prima volta girando per casa, dallo stereo di mio padre, e incuriosito abbia iniziato ad ascoltarmelo per fatti miei ; oppure se me lo sia ritrovato tra le mani per caso, in una di quelle gargantuesche sessioni di download – assolutamente legale e autorizzato – che all’epoca dedicavo ad intere discografie, colpevoli soltanto di portare il nome di una band trovata su Wikipedia.

Quello che ricordo con precisione, invece, è il suo sguardo sorpreso dal riconoscere questo disco, e il suo “Ma sono i Cocteau Twins? Bravo” quando, uscito dal bagno con la musica sparata a cannone come mio solito, una sera avevo inondato la casa con le lugubri atmosfere di Fraser & C. Mio padre non è mai stato un uomo particolarmente espressivo, ed avventurarsi nei meandri dei suoi pensieri è stato più di una volta fonte di grattacapi; e tuttavia, in quel momento, realizzare che ci piaceva esattamente la stessa cosa, che stavamo condividendo le stesse emozioni su quelle canzoni, ha avuto l’effetto di squarciare il velo dietro il quale erano celati i suoi pensieri, la sua mente, la sua persona.
Tutto molto bello, ma se da un lato questa è la ragione per cui “Head Over Heels” è per me IL disco dei Cocteau Twins, d’altro canto capisco pure che possa essere piuttosto difficile ricondurla alla propria vita personale. Dopotutto, non credo che le epifanie sui propri genitori durante l’ascolto del secondo album dei Cocteau Twins siano esattamente all’ordine del giorno. Ma non temete, non avete letto fino a qui per niente: ho in serbo altre ragioni – tutte molto più condivisibili – sul perché “Head Over Heels” sia comunque un grandissimo album, pienamente capace di reggere il confronto con il resto della produzione del trio. Per trovarle è sufficiente guardare ai motivi che mi hanno portato in quella lontana sera, e che mi portano tuttora ad intervalli più o meno irregolari, a far fare a questo album un giro nel mio stereo.
Innanzitutto, l’apertura di When Mama Was Moth, un terrificante abominio fin dal titolo, spezzato tra Kafka e Lovecraft; una percussione dopo l’altra, ci avviciniamo inevitabilmente ad un mondo di incubi e inquietudini, con le chitarre cigolanti a segnare l’apertura di un cancello destinato a non essere aperto. Il trascinarsi stanco e smunto di Five Ten Fiftyfold finisce per portarci al dolce singhiozzo di Sugar Hiccup, uno dei pochi momenti del disco in cui sembra di poter prendere aria; ma è una dolcezza dolceamara, incapace di portare sollievo senza al contempo far storcere la bocca. L’episodio successivo è uno dei momenti più alti – se non il picco – della produzione dei Cocteau Twins. Sto parlando di In Our Angelhood, tre minuti scarsi nei quali delle presenze celestiali si impossessano della chitarra di Guthrie, distorcendola e martoriandola come solo il più cruento dei demoni saprebbe fare. Quello che ne nasce è un brano dalla potenza spaventosa, in grado di annichilire anche l’ascoltatore più preparato. Di fronte a questa devastazione, Glass Candle Grenades e In The Gold Dust Rush smorzano necessariamente la tensione, senza tuttavia allentarla mai completamente: le batterie ossessive della prima e le distorsioni della seconda rimangono con il loro gelido fiato sul collo dell’ascoltatore fino al cominciare di The Tinderbox (Of A Heart). Qui il sabba infernale raggiunge il suo apice, una lenta e impenetrabile litania che serra spietatamente l’ascoltatore nel suo flusso, mentre voci differenti si accavallano in una coltre inscrutabile. La conclusione dell’album, affidata a Musette And Drums, è un rinnovato tuffo nell’orrore senza fine, il perpetuarsi di un ciclo senza fine di angoscia e disperazione.
Ora, non posso assicurarvi che ascoltare questo disco possa essere la panacea nel tormentato rapporto con i vostri genitori. Anzi, è estremamente probabile che qualora glielo facciate ascoltare, otteniate reazioni tra il confuso e l’infastidito. Quello che mi sento di garantirvi, piuttosto, è che “Head Over Heels” è una gemma sottovalutata nella discografia dei Cocteau Twins, un disco che, pur non possedendo tutto ciò che avrebbe reso famoso il gruppo, nel suo attaccamento viscerale ad un genere ne dà una versione viva e pulsante. Proprio come un cuore un attimo prima di venire strappato via.

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