Los Campesinos! – All Hell

Recensione del disco “All Hell” (Heart Swells, 2024) dei Los Campesinos!. A cura di Davide Bonfanti.

Quando ho appreso della possibilità di recensire per questo sito “All Hell”, la nuova uscita dei Los Campesinos!, ho avuto un tuffo al cuore. La band gallese è stata infatti una colonna sonora portante della mia adolescenza, aiutandomi a definire il mio gusto per quella vitalità innocente e un po’ furbetta che attraversa molto spesso le canzoni del gruppo. Vederli alle prese con un nuovo album, che per giunta arriva a distanza di sette anni dal precedente, è diventato quindi il pretesto per vedere come fosse invecchiata la loro miscela scoppiettante di indie rock e dance punk. I Los Campesinos! hanno ancora qualcosa da dare nel 2024?

La risposta breve è: no. La risposta più lunga e articolata tiene conto dell’inevitabile maturazione a cui tutti noi siamo andati incontro; è quindi legittimo ritrovarsi per le mani delle canzoni distanti anni luce dall’adolescenzialismo di “Hold on Now, Youngster…”. Una volta accettata questa premessa, però, rimane comunque l’aspettativa di ascoltare un gruppo che ha sempre avuto un’identità musicale molto forte e ben definita, a prescindere dall’inevitabile effetto del tempo che passa. Purtroppo, quello a cui si assiste, nel corso delle quindici tracce che compongono “All Hell”, è una smussatura spietata di quell’entusiasmo irruento e giocoso che contraddistingue tutta la produzione dei Los Campesinos!

Per quanto sia possibile immaginarselo, i Los Campesinos! sono andati incontro ad una coldplayzzazione, aumentando gli occhiolini ad un pop rock pomposo e da singalong che è agli antipodi dalle schitarrate sgangherate e sornione che tanta parte hanno avuto nel definire il sound della band. Solo in un paio di episodi si respira il suono dei bei tempi andati, con due pezzi che riassumono bene le opposte anime del gruppo: il caos giocoso e disarmonico di Holy Smoke (2005), che fin dal titolo rievoca la spensieratezza dei decenni passati, e l’amaro struggimento da contemplare davanti ad un tramonto ventoso di The Order of the Seasons.

È troppo poco, però, per salvare un album che paga più di quanto sarebbe necessario e auspicabile lo scotto di una band che sembra essersi rassegnata all’idea di essere diventata adulta.

Post Simili