Underworld – Strawberry Hotel

Recensione del disco “Strawberry Hotel” (Smith Hyde Productions, 2024) degli Underworld. A cura di Emanuela Carsana.

È uscito il nuovo progetto degli Underworld e sì, ne avevamo decisamente bisogno. Basta con le produzioni fatte a caso, solo per riempire o saturare i vuoti del mercato. Rigore e virtuosismo sono le parole chiave di ciò che meritiamo nel nostro futuro di noi poveri fruitori musicali.

Karl Hyde e Rick Smith, stavolta affiancati dalla figlia di Smith, dimostrano una visione artistica che fonde innovazione e tradizione. Gli strati sonori che caratterizzano questo progetto non sono semplicemente un esercizio di stile, ma un’arte in cui ogni elemento ha il suo posto per trasformare l’ascolto in un’esperienza immersiva e significativa.

I sintetizzatori e le modulazioni si intrecciano creando movimento, mentre tracce come Techno Shinkansen richiamano i momenti più iconici del passato, in una nuova veste ipnotica e sospesa, simile all’atmosfera di “Dark Train”. Abbiamo vissuto tutti quell’esperienza ipnotica nell’ascoltarla: quella sensazione anestetica e angusta, ma che ti fa sentire al posto giusto, quasi sospeso nello spazio.

L’uso del riverbero in Hilo Sky, il delay, gli arpeggiatori e i sequencer in Lewis in Pomona creano un movimento continuo e incalzante, un richiamo nostalgico alle sonorità rave degli anni ’90, ma reinterpretato con uno spirito contemporaneo. Questo equilibrio tra nostalgia e innovazione è il cuore pulsante dell’album: un legame con il passato, ma con lo sguardo fermamente rivolto verso il futuro.

Ottavia è uno dei momenti più interessanti dell’album, con un approccio vocale che si distingue per la sua intensità e che ricorda lo stile parlato di Iggy Pop in “Dark and Long”. La traccia stessa è molto acida, evocando il sound di un brano storico di Larry Heard, “The Sun Can’t Compare”, con la sua atmosfera carica di quell’inno all’amore che anche gli Underworld esprimono in Black Poppies.

La traccia Iron Bones, cantata da Nina Nastasia, aggiunge una dimensione del tutto nuova all’album. La voce di Nastasia, cruda ed emotiva, si inserisce perfettamente tra i paesaggi sonori elettronici creati da Hyde e Smith, dimostrando ancora una volta come gli Underworld siano in grado di integrare voci femminili in modo potente e significativo, senza che queste risultino accessorie, ma anzi fondamentali per l’atmosfera complessiva del brano.

“Strawberry Hotel” è un’opera che si nutre di virtuosismi tecnici, ma che non perde mai di vista l’obiettivo principale: creare un’emozione. Ogni traccia è un’opportunità per esplorare nuove idee sonore, ma anche per connettersi a un livello più personale con l’ascoltatore. Non è concepito per essere frammentato, ma per essere vissuto come un viaggio coerente e immersivo. Il risultato è un album che richiede e merita un ascolto attento, capace di sorprendere e affascinare a ogni nuovo passaggio, esattamente come ogni “stanza” di questo metaforico hotel sonoro.

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