Kelly Lee Owens – Dreamstate
Recensione del disco “Dreamstate” (DH2, 2024) di Kelly Lee Owens. A cura di Nicola Stufano.
Ricorrono in questi giorni i 40 anni di “Age of Consent”, disco iconico dei Bronski Beat che tutti ricordiamo per Smalltown Boy. E ci ritroviamo curiosamente a celebrare la quarta uscita di Kelly Lee Owens, una “Smalltown Girl” del Galles passata attraverso una lunga gavetta per diventare una delle più affermate e riconosciute producer al mondo. Una di quelle con cui “tutti vorrebbero lavorare”, come si suol dire. E quest’anno ha lavorato eccome, divertendosi ad animare le serate estive di mezza Europa, tra Ibiza e Glastonbury. Chiusa la sua “brat summer”, si apre una stagione invernale altrettanto intensa, segnata dalla pubblicazione di “Dreamstate”.
Un disco in controtendenza coi tempi che corrono, per certi versi. Perché parla di euforia, gioia di vivere, consapevolezza. Anche di maturità, ma più in termini di padronanza dei propri mezzi. Owens arriva a “Dreamstate” in coda a un ciclo particolare, che l’ha vista affermarsi a livello mondiale attraverso “Inner Song” nel 2020: il classico disco irripetibile, che difatti si è guardata bene dal ripetere, puntando invece con l’ambient-pop di “LP.8” a dar voce alla sua vena più intimista e riflessiva. “Dreamstate” è speculare: un felice disco di musica house che urla “Anni ’90!” da tutti i solchi. Del resto, alla produzione c’è anche Tom Rowlands, metà dei Chemical Brothers, oltre a George Daniel (batterista dei 1975), e la stessa Kelly non ha fatto mistero di essere stata fortemente influenzata dall’ascolto di “Ray of Light” di Madonna durante le registrazioni.
L’abilità nella produzione di Kelly Lee Owens fa sì che il disco suoni fresco e piacevole senza elementi particolarmente originali. Prendiamo due pezzi su tutti, verso la fine del disco, Air e Time To: è forte in entrambi l’eredità di una certa musica dei primi anni ’90, c’è chi ci può sentire Orbital, chi Underworld, chi addirittura Autechre. Ma nei kick c’è anche tutta la modernità di una musica elettronica che nel frattempo è passata da Burial e i suoi fratelli. La seconda metà del disco è comunque quella più ricercata e riflessiva, nella prima invece troviamo singoloni alla Love You Got fatti per ballare senza troppi fronzoli.
“Dreamstate“ è di gran lunga il disco più diretto di Kelly Lee Owens, e sembra suggerire un riposizionamento da artista electro-pop a vera e propria DJ orientata al clubbing, come suggeriscono anche le ultime esibizioni dal vivo. C’è da scommettere che si tratti di un’altra fase più che di un passaggio permanente: l’anima è sempre quella della smalltown girl con una gran voglia di esprimersi e che non sa stare ferma un attimo.




