Yesness – See You at the Solipsist Convention

Recensione del disco “See You at the Solipsist Convention” (Joyful Noise Recordings, 2024) degli Yesness. A cura di Giovanni Mastrapasqua.

Il disco che mi accingo a descrivere è uno di quei lavori che riescono a intrigarmi già prima dell’ascolto. Il motivo? Dietro al progetto Yesness si celano due musicisti di spessore che ho seguito attentamente nel corso della loro carriera: Damon Che, il tentacolare batterista dei Don Caballero, una leggenda del math-rock, e Kristian Dunn, il poliedrico bassista degli El Ten Eleven, gruppo post/math-rock di nicchia ma capace di realizzare dischi assolutamente degni di nota negli ultimi vent’anni. Due nomi che da soli garantiscono qualità e sperimentazione.

La musica degli Yesness, completamente strumentale, dimostra come la voce possa diventare superflua quando si è capaci di comunicare attraverso le sole note. Il duo si muove con un’apertura mentale totale, senza preconcetti o limiti autoimposti, un aspetto che aumenta la curiosità e il piacere dell’ascolto. “See You at the Solipsist Convention“, il loro album, riesce a bilanciare geometrie ritmiche precise e momenti di leggerezza eterea, grazie soprattutto all’uso frequente di synth spaziali che ampliano il respiro del suono rendendolo meno claustrofobico.

Fin dall’inizio, l’album si distingue per questa caratteristica. Brani come Occasional Grape?, con il suo incessante groove, e Nice Walrus, arricchito dagli archi di Kishi Bashi, mostrano un equilibrio impeccabile tra potenza ritmica e trame più ariose. Basso e batteria si concentrano su una funzione ritmica classica, creando un solido scheletro sonoro che lascia agli archi la libertà di muoversi e impreziosire il tutto.

If You Say So inizia come un brano ambient/lounge per poi trasformarsi in una suite prog-rock. Qui emerge tutta la perizia tecnica di Damon Che, che, insieme al basso, costruisce un tappeto ritmico stimolante. Nel frattempo, Kristian Dunn, al synth e al piano, intreccia melodie delicate e armoniose. Il risultato è un brano che racchiude il camaleontismo sonoro degli Yesness. Un altro esempio è il groove pseudo-funk di People Don’t Like It When You Call Them Ace, che testimonia la varietà stilistica del duo.

Non mancano passaggi più atmosferici e riflessivi. Fire When It’s Broken, impreziosito dagli archi di Macie Stewart, polistrumentista di Chicago, e la parte centrale dell’epica Your Reverb is Showing rappresentano esempi di come il post-rock possa ancora rinnovarsi nel 2024. La spensierata There’s No One on Board aggiunge un tocco di leggerezza, mentre Horror Snuggle, con la sua vena prog appena accennata, mette ancora in luce l’equilibrio tra virtuosismo e contenuto emozionale.

Sul fronte più potente e diretto troviamo brani come You Didn’t Need Those Pencils Did You?, dove la sezione ritmica domina la scena, e See Through Wolf Costume, che esplora ossessivamente le dinamiche del math-rock. La conclusiva Non Incredible Visitor chiude l’album con una batteria ipnotizzante che accompagna atmosfere sospese.

Nonostante la sua complessità, “See You at the Solipsist Convention” riesce a essere conciso e diretto. I brani raramente superano i cinque minuti, dimostrando la capacità del duo di arrivare al punto senza indulgere in inutili lungaggini.

In definitiva, il lavoro degli Yesness si conferma un esempio brillante di come si possa reinterpretare il linguaggio musicale in chiave personale e innovativa. Finché artisti di questo calibro continueranno a creare, un certo modo di intendere la musica non rischierà di scomparire. Speriamo quindi di ascoltare presto altre novità da questa straordinaria collaborazione.

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