The Necks – Bleed

Recensione del disco “Bleed” (Northern Spy, 2024) dei The Necks. A cura di Giovanni Mastrapasqua.

Da un po’ di tempo a questa parte, pensavo fosse facile prevedere cosa aspettarsi da un nuovo album di una band ormai di culto come i The Necks. E invece, no! La radicalizzazione sonora, incentrata su un minimalismo ispirato alla scuola di Steve Reich, si è fatta ancora più intensa e oltranzista, raggiungendo vette probabilmente mai toccate in passato. Questo rende il nuovo disco, “Bleed“, ancora più ostico da ascoltare rispetto ai loro ultimi lavori. Le velate, ma al tempo stesso ricercate, variazioni cromatiche presenti nei dischi precedenti non trovano spazio in questo nuovo capitolo. Tuttavia, il risultato, per chi ha orecchie allenate, risulta ancora più appagante e stimolante. Come ci riescano, per il sottoscritto, resta un mistero.

In “Bleed“, l’obiettivo della band non è quello di stordirci con viaggi cosmici kraut o jazzati. Qui si creano invece atmosfere sospese e sinistre. Ogni nota suonata e centellinata dal trio australiano possiede una forza e un fascino incredibili. Il tutto è intramezzato da riverberi, droni e silenzi, elementi che rimandano ad artisti come Morton Feldman o ai Talk Talk di fine carriera, precursori di alcune nuove sonorità che, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sarebbero state etichettate come post-rock. La band di Mark Hollis rappresenta forse il paragone più vicino, anche se il mondo sonoro dei The Necks è ancora più estremo e complesso.

Nonostante nasca dall’improvvisazione, il risultato finale possiede un valore e una contestualizzazione precisi. L’album è inquieto, e il titolo stesso lo suggerisce. “Bleed” potrebbe tranquillamente essere utilizzato come colonna sonora di un thriller psicologico. Come già accaduto altre volte nella loro vasta e prolifica discografia, il disco è composto da un’unica traccia senza soluzione di continuità, della durata di poco più di quarantadue minuti. Qui i The Necks scavano, nel vero senso della parola, in profondità.

La ricerca meticolosa di suoni particolari e la continua sperimentazione restano la base del loro approccio, oggi forse più che mai. Le soluzioni armoniche non convenzionali e atonali, i rumori cavernosi e percussivi, i glitch sonori e, occasionalmente, gli arpeggi di chitarra sospesi che smussano le atmosfere inquietanti create da pianoforte e contrabbasso, sono gli ingredienti principali di questa nuova perla ambient firmata The Necks.

Se dovessi oggi segnalare una band che fa dell’avanguardia la sua ragion d’essere, con risultati sempre di altissimo valore, il primo nome che mi verrebbe in mente sarebbero proprio i The Necks. E mi auguro che sia così ancora per molto, molto tempo!

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