Shining – Feberdrömmar (Del Ett)
Recensione del disco “Feberdrömmar (Del Ett)” (The Sinister Initiative, 2024) degli Shining. A cura di Federica Finocchi.
Nell’era per eccellenza delle ristampe musicali e non, le glorie del passato non perdono troppo tempo a rispolverare chicche più o meno datate per consegnare loro nuova linfa o semplicemente perché sono finiti i soldi e non si parla più di loro. Nel 2024, ha senso scrivere e di conseguenza leggere di un disco che è la ristampa di un album che conteneva brani già incisi e pubblicati anni e anni prima? Forse sì, forse no.
Quando si parla degli Shining di Niklas Kvarforth, tutto è lecito. Dalle lande ghiacciate, incantate e depresse della Svezia, la band torna a distanza di un anno dalla pubblicazione dell’ultimo album “Shining“, per riaffacciarsi ai vecchi tempi e più precisamente al 2013, anno di uscita del violentissimo “8 ½ Feberdrommar I Vaket Tillstand“, una sorta di raccolta di brani passati del gruppo, rivisitati in una chiave più vicina al sound primordiale della band, privo di fronzoli e sperimentazioni ma nudo e crudo in tutta la sua essenza black.
Gli ospiti del disco di 11 anni fa sono gli stessi di questa ristampa e non si possono non citare, perché già soltanto elencarne i nomi è da brivido: Attila Csihar (Mayhem), Maniac (Skitliv) in Black Industrial Misery, Famine (Peste Noire) in Terres Des Anonymes, Gaahl (Trelldom) e Pehr Sjoldhammar (Alfahanne). Intrecciato tentare di leggerli tutti d’un fiato, lo so. Meno complicato risulta percepire la potenza vocale e sonora di ognuno. Peccato che a questa furiosissima ma passata partnership, si vada ad aggiungere giusto un’unica novità, cioè l’introduzione.
La ristampa in questione si apre con Valkommen, una lunga danza dark ambient tra i corridoi oppressivi ed ossessivi dell’oscurità. E Kvarforth ne sa qualcosa, di oscurità. Non c’è catarsi nelle sue composizioni, solo malessere e odio. A soli 13 anni dà vita agli Shining, pubblicando il primo EP della band e iniziando a suonare in giro, con esibizioni oltre ogni tipo di limite, tra tagli, sangue, istigazione al suicidio, risse, insomma: nulla di nuovo nel campo del depressive black metal. Questo è ciò che lui sente ed è quello che vuole far arrivare alle persone: un uomo che soffre di schizofrenia e bipolarismo, che nonostante questo continua ad occupare un ruolo nel mondo attraverso la propria arte, bella o brutta che sia non importa. Finché ci sarà qualcuno che la guarda e l’ascolta, lui sarà salvo. La cattiveria e le urla disperate di Famine in Terres Des Anonymes si avvolgono nella frenesia black metal fredda e incontrollata di Ett Liv Utan Mening, raggiungendo lo sguardo infuocato e spettrale di Maniac nell’immortale Black Industrial Misery.
Forse più un’occasione di riscoperta, che una vera e propria nuova uscita: quello degli Shining non è un ritorno, perché loro – tra mille cambi di formazione – non sono mai andati via. Kvarforth, la mente dietro tutto, è sempre stata lì, tra le tenebre, ad osservare. Diversi passi dimenticabili da parte della sua band, certo. Ma gli Shining restano unici. Folli. Imprevedibili nella loro ripetitività. Chissà cosa riserverà il futuro ai nostri svedesi dal cuore più nero del Latrodectus mactans (la vedova nera…il ragno). Sicuramente non li vedremo molto presto in tour, ma magari più in là sul palco di qualche festival, salute mentale permettendo.




