Michael Kiwanuka – Small Changes
Recensione del disco “Small Changes” (Universal, 2024) di Michael Kiwanuka. A cura di Giovanni Davoli.
Michael Kiwanuka è un neoclassico che trae la sua musica e il suo sound dagli anni ’60/’70. Gli anni del classic rock, del classic prog, del classic r&b, del classic soul. Da lui declinati con un certo alone psichedelico che impazzava proprio in quei decenni.
“Small Changes” è il quarto disco in dodici anni. Anni in cui ha riarrangiato e reinterpretato dinosauri come i Traffic, gli Yardbirds, The Byrds, i Rolling Stones, Van Morrison, i Pink Floyd. Tutti artisti bianchi, almeno quelli citati, che attingevano dal grande pozzo della musica black. Il che per un artista black e britannico, arrivato quaranta/cinquanta anni dopo, fa pensare, se volete, alla circolarità delle cose della vita. Con questa formula, Kiwanuka ha sbancato in Europa e nel Regno Unito: tre dischi d’oro finora, tutti nella Top 5.
Così facendo, Kiwanuka ha riportato nella sua generazione millennial i suoni dei genitori. Mai scatenato, sempre composto, eppure intenso. Aiutato da un’ugola d’oro: quando canta puoi vedere, se chiudi gli occhi, le corde vocali vibrare. Con queste premesse, Kiwanuka è stato il mio artista preferito del decennio passato. Mi colpì l’esordio, “Home Again” (2012), dove coniugava il folk con il prog, rievocando certa musica degli ultimi anni ’60. Anche se l’intero disco non era all’altezza di singoli come Tell me a Tale. Ma laconsacrazione arrivòcon “Love & Hate” (2016), che ricomprende una traccia iconica come Cold Little Heart: i Pink Floyd con un cuore e pure sanguinante, invece delle ossessioni watersiane. Tutto il disco era comunque pieno di spunti e giganteggia nella mia personale classifica della migliore musica degli anni ’10. Pure “Kiwanuka” (2019) teneva botta. Qui l’artista sembrava orientarsi verso una esplorazione delle sue radici, insistendo su soul e r&b classici. Dischi scadenzati nel tempo, come si vede. Accompagnati da tour e da lunghi silenzi successivi.
Così il nostro è arrivato a “Small Changes” e l’attesa era grande. Come avrebbe aggiustato la barra questa volta? Quali sound antichi avrebbe ripescato? Il disco riporta alle atmosfere intime di “Home Again”, cercando costantemente soluzioni melodiche ad effetto, che però stenta a trovare. Pianoforte e tastiere vintage, un sacco di archi, i coretti, questa volta ancor più eterei e meno ritmati, gli assoli spizzicati di chitarra del nostro, sempre un po’ alla David Gilmour. Il tutto affidato, per la terza volta consecutiva al coordinamento di due pezzi grossi come Inflo e Danger Mouse, per un disco che non decolla. I momenti migliori sono quelli più sincopati: Floating Parade e The Rest of Me, neoclassico r&b alla Bill Withers, nell’onda di “Kiwanuka”. Ma in mezzo a queste due tracce, il disco si trascina: manca il guizzo vincente, le orecchie di chi ascolta fanno fatica. Ci si rifà un po’ con Follow Your Dreams ma non è abbastanza per farci “trascendere qualsiasi nozione di ciò che è o non è figo” come, secondo l’artista, l’album dovrebbe.
“Small Changes” è un disco lento, quel che non sarebbe un crimine di per sé, se non fosse che ormai Kiwanuka rischia di essere un cliché pop: il cantato intenso, l’orchestra che accompagna, le atmosfere pinkfloydiane, la chitarra acustica che segna gli accordi, il tormento interiore espresso in modo pacato. Insomma, a forza di ascoltarlo mi è venuta voglia di riprendere in mano “Love & Hate”, quando ancora tutto ciò era nuovo ed accompagnato da migliore ispirazione.




