Tashi Dorji – we will be wherever the fires are lit
Recensione del disco “we will be wherever the fires are lit” (Drag City, 2024) di Tashi Dorji. A cura di Simona Cannì.
Sulle corde della sua vecchia chitarra, Tashi Dorji tesse ancora una volta un inno “contro le torri”, un saliscendi d’improvvisazione sonora che si fa manifesto politico e grido di libertà.
“we will be wherever the fires are lit” – saremo ovunque verranno accesi i fuochi – è il seguito di “Stateless”, è una nuova istantanea di un mondo che va in frantumi e cerca piccoli segnali di rinascita. L’album è stato registrato in un mese nell’intimità di una cabina dietro casa con un semplice registratore Zoom. Quello che Dorji ha sempre cercato: un suono libero, senza sovrastrutture, che non si piega, che non cerca di compiacere.
Tashi Dorji ha creato un linguaggio musicale unico, fondendo elementi disparati come l’urgenza espressiva, la complessità dell’improvvisazione e le sue radici culturali. Dorji infatti ha sempre affrontato il mondo attraverso la sua musica, reagendo in modo viscerale alle politiche ostili verso gli immigrati, rifugiati e stranieri. L’incontro in passato con il chitarrista sperimentale Derek Bailey è stato cruciale per la sua evoluzione artistica, orientando la pratica verso l’improvvisazione più radicale e modificando profondamente il suo approccio musicale, ma non ha mai offuscato il desiderio di esprimere una visione anti-gerarchica e anticapitalista. Cresciuto in Bhutan, Dorji si trasferì ad Asheville, North Carolina, con la sua famiglia di musicisti e grazie agli studi universitari, è entrato in contatto con la scena punk anarchica locale, la quale ha avuto un impatto significativo nella sua formazione. Le cassette di hard and heavy lo hanno formato, ma il suo approccio nel tempo è diventato sempre più eclettico e sperimentale.
Le tracce di questo nuovo album emergono proprio dai crepacci delle improvvisazioni: suoni che nascono spontanei, che prendono forma senza regole, in un tentativo di conforto attraverso il rumore, un abbraccio fatto di dissonanze, armoniche spezzate e il crepitio delle corde. Questo processo, che Dorji ha sempre descritto come “strimpellare contro le torri”, sembra rivelare più che mai il suo significato più profondo: in un mondo scosso e lacerato, l’atto di suonare diventa un gesto di ribellione, un tentativo di trovare ordine nel caos, di opporsi con delicatezza e fermezza alle ingiustizie.
Con “Stateless”, Tashi Dorji aveva già dato vita a un flusso di coscienza musicale che traduceva la sua condizione di apolide, di migrante himalayano, in un universo sonoro acustico fatto di tensione e urgenza. Ora, con “we will be wherever the fires are lit”, continua a esplorare quelle stesse tensioni, spingendosi forse ancora più in profondità: il suono è ancora più elementare, le accordature ancora più disarticolate, i suoni ancora più scarnificati. La sua musica non si limita più a evocare, è diventata un campo di battaglia.
Se con la prima track begin from here vi aspettate un’ouverture che vi accolga verso l’ascolto, rimarrete delusi perchè l’attacco è un taglio strofinato con il sale in soluzione di continuità con la title track, we will be wherever the fires are lit: un flusso sonoro che ondeggia tra il malinconico e il rabbioso, che non ha paura di abbandonarsi a ciclicità ossessive, ma anche a passaggi più melodici che prendono la forma di un’attesa irrequieta. Dorji, nel suo piccolo capanno, diventa un cantore delle insurrezioni future, trovando nelle sue pennate spezzate un modo per trasmettere il senso di urgenza e di resistenza che anima le sue convinzioni politiche.
L’improvvisazione è centrale. Ogni brano sembra prendere vita in maniera quasi casuale, ma il risultato sembra la sintesi di un profondo dialogo interiore: le corde della sua chitarra preparata con nastro per l’audio e metallo per ronzio restituiscono una varietà di suoni inaspettati, da quelli più stridenti alle risonanze più limpide. La dimensione estetica e quella di un’avanguardia anti-establishment, capace di trasfigurare il suono fino a renderlo ipnotico e spiazzante è il fil rouge che fa da omogeneità all’album.
Se in “Stateless” l’idea di essere senza patria rappresentava un distacco da ogni appartenenza, un tentativo di trovare una propria identità sonora e politica, in “we will be wherever the fires are lit” sembra emergere una nuova consapevolezza: non si tratta solo di trovare il proprio posto, ma di essere pronti ad alzarsi e lottare ovunque ce ne sia bisogno. Da flowers for the unsung a meet me under the ruins, ogni titolo di questo album è un invito a resistere, a celebrare la bellezza che sopravvive sotto le rovine, a credere ancora in un’amicizia impossibile, in un fuoco che non si spegne.
Tashi Dorji, con un album crudo e autentico, ci mostra che anche nei momenti più bui si può trovare un senso, un significato. Non fa grandi proclami, ma piccoli inni, a volte sussurrati a volte rumorosi. “we will be wherever the fires are lit” è un album che, come il precedente, lascia il segno per la sua capacità di trasformare l’improvvisazione in un atto politico, per la sua forza viscerale, per il modo in cui, alla fine, nonostante tutto, riesce a parlarci di futuro.




