Širom – In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper

Recensione del disco “In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper” (Glitterbeat Records/Tak:Til, 2025) dei Širom. A cura di Pablo Monterisi.?

Tornano quest’oggi gli sloveni Širom, trio di follie immaginifiche intervistato poco tempo fa proprio qui, con il nuovo “In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper”, uscito ancora una volta per Tak:Til, divisione di Glitterbeat Records.

Coloro che vogliono approcciarsi a un disco del genere devono prendere coscienza dello spazio profondo da esso richiesto. La palette, assimilabile in parte a quella del precedente “The Liquified Throne of Simplicity”, tende stavolta a toni più scuri, con una maggiore concentrazione su momenti sciolti di pura tessitura timbrica.

Una durata più estesa del solito, ben 75 minuti, preannuncia di per sé un’opera di una certa imponenza, che richiede maggiore concentrazione per essere davvero vissuta a fondo, a partire dalla solenne Between the Fingers the Drops of Tomorrow’s Dawn, una composizione riconducibile a tre movimenti principali, che aprono le danze; subito un intreccio di guembri, xilofoni, balafon e arpa pone il tono del disco, riprendendo il filo del discorso laddove era stato interrotto nel 2022, quasi a voler insistere su un discorso tutto da riscoprire. Pare proprio, infatti, di riprendere la visione di uno spettacolo abbandonato tempo fa, con nuovi personaggi che emergono e vecchi che periscono.

La base già nota al trio sloveno, che comprende polimetrie che entrano ed escono di fase, clavi che si girano e si rigirano, ostinati che cambiano di senso a seconda di come si spostano le melodie e quant’altro, viene estesa a una profondità nuova. Questo primo brano discende lentamente come un sassolino nelle profondità di un lago, depositandosi, nel secondo movimento, su un fondale più lento e guidato dalle nude melodie, libere e ariose, perorate da un soave cinguettio vocalico che si spegne alla vigilia del terzo ed ultimo movimento, introdotto sulla base del precedente da un frenetico bodhran, cui seguono a cascata sempre più pelli, schioppi e schiaffi, sino al raggiungimento di un fragile equilibrio percussivo lisergico, mantenuto con costanza e farcito di sottili spostamenti di fasi ritmiche, continue imposizioni di clavi su clavi che si allineano e disallineano fino a un finale piuttosto secco, dalla breve coda.

La successiva Curls Upon the Neck, Ribs Upon the Mountain, un’altra suite di circa quindici minuti in tre movimenti,si apre con un lungo scambio d’archi di vario genere, che conversano liberamente accennando appena a dei cambi più canonici, che ci ricordano quasi il tintinnabuli di pärtiana memoria, per poi sfociare in uno dei momenti più oscuri e redentivi del disco, attraverso un tamburo solenne e ostinato, che nella tradizione pagana preannuncia il sacrificio (un espediente familiare, adoperato tra gli altri da Stravinsky nel momento conclusivo della sua Sacre). Il grido pastorale di Samo è apocalittico ma sacrale, come i versi di un eroe greco approdato sui lidi di Lavinio. Nel movimento conclusivo un tema malinconico di violino e banjo, accompagnato appena da note roboanti di basso, chiude la prima parte di questo lavoro.

Segue una sorta di interludio, una composizione più lieve, No One’s Footsteps Deep in the Beat of a Butterfly’s Wings, di breve durata, che rinfresca e rischiara l’aria con dei semplici e splendidi arpeggi ritmati di banjo, ancora una volta pregni di molte umane tradizioni senza tuttavia ricordarne alcuna, su cui giacciono note sparse dai timbri più disparati. Ancora una volta, tre musicisti ne ricordano nove.

Tiny Dewdrop Explosions Crackling Delightfully apre la seconda parte del disco, con un’aria lugubre che permane in modi musicali ombrosi, ancora droneggianti, a tratti tendenti al soffio, e pare di vivere dentro a uno di quei primi film in stop-motion di Lotte Reiniger, come “Le Avventure del Principe Achmed”. La sensazione di trovarsi avvolti da teli di seta arabi sotto a baldacchini di feltro regali e avulsi dalla mondanità di cui stiamo ostaggio è molto ingombrante, e con essa l’impressione che il trio si sia davvero abbandonato all’estasi più totalizzante, in un atto di puro oblio. L’harmonium, i balafon, la ghironda e i tamburi costruiscono un lungo crescendo sempre più struggente, che si disfa strada facendo; gli elementi accelerano disallineandosi, poi si riallineano in un tempo tutto loro, non identificabile coi numeri. Il finale, che non ha bisogno di ricorrere a una blasonata dissolvenza, riesce comunque a dare l’impressione che il brano continui per conto suo, e che siamo noi a essere allontanati. Un altro intermezzo, Hope in an All-Sufficient Space of Calm, distende per l’ultima volta l’orecchio, lasciando spazio per raccogliersi in un breve stato di silenzio. Un momento assolutamente necessario.

Poco dopo è infatti il turno di The Hangman’s Shadow Fifteen Years On, al contempo il nadir e la vetta (in termini di dinamica, sia ben chiaro) di questo nuovo brillante lavoro. Una lunga suite in tre momenti, di ben 18 minuti. Un brano che riassume e porta alle estreme conseguenze tutti gli approcci già visti in precedenza. Riecco il canto pastorale di Samo, cui fa eco un piccolo flauto molto dissonante, che prefigura l’ultimo dei crescendo. Piatti, pelli e schiocchi di legno si avvicinano e si fanno sempre più minacciosi, inevitabili, ci fanno sentire in trappola, accelerano e picchiano quel troppo in più che basta a farli fuoriuscire dai confini del mezzo che li contiene e, come i migliori Pharoah e Sun Ra, ci intrappolano in un labirinto di ferraglie, bastoni, massi oceanici e mazze neolitiche. L’ultimo, lungo movimento si sposta dai tintinnii di piccoli suoni, ciotoline d’alluminio, pezzi di ferro, legnetti, una voce stridula che sembra più un pigolio che un canto, ai ruggiti del basso e al melodiare stanco degli archi, come nell’ultimo atto di Medea che si congeda dalla Colchide verso Atene.

L’album si conclude con un epilogo più speranzoso, nonché primo singolo uscito precedentemente, For You, This Eve, the Wolves Will Be Enchantingly Forsaken, che funge da galoppante via di fuga lontano dai nostri occhi. Il gruppo ci lascia così, dopo un’ora più che abbondante di meditazioni ed espiazioni, a smaltire in silenzio un lavoro imponente e profondo, come un serpente gonfio dei resti di una carcassa, ancorato a terra dalla gravità del suo pasto.

Ci troviamo davanti a un disco che fuoriesce dal mondo delle cose, dove gli strumenti non sono che segni e simboli di una prefigurazione ulteriore, di un qualcosa che verrà, e questo proprio in un contesto storico dove tutto e tutti tentano di accalappiarci sempre e dovunque, per prendersi chi un occhio, chi un orecchio, chi una mano. È importante invece andarsene da questo mondo, rinnegare il padre e la madre, perdersi altrove nella pura salmodia, in quei labirinti della mente che il trio Širom abita stabilmente da anni. Questo, almeno, è lo spirito del nostro tempo.

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