Tra solitudine e speranza: la fragile umanità de “Il cavallo” di Willy Vlautin
Vlautin ci ricorda che l’unica cosa che conta in questa vita è l’empatia, la gentilezza. Come disse un altro grande scrittore, vari decenni fa: “il miglior consiglio che posso dare alle persone è di essere un poco più gentili gli uni con gli altri” (Aldous Huxley). Questo consiglio Vlautin lo rende letteratura.

Al Ward è un ex musicista che ha superato la sessantina. Dopo una vita passata a girare suonando in casinò e localetti di second’ordine con varie country band, ha ereditato una piccola fortuna dal prozio. L’eredità comprendeva una vecchia miniera abbandonata e isolata, nella quale Al si è ritirato a vivere, solo e alcoolizzato. La sua non è stata una vita fortunata. Cresciuto senza un padre, la cui identità la madre non gli ha mai rivelato, si affeziona da piccolo allo zio che morirà tragicamente quando Al era ancora giovane. Un fidanzato della madre gli regala una vecchia Telecaster che diventerà la sua migliore amica e, nemmeno ventenne, inizia la vita del musicista itinerante. Scrive canzoni Al, ne scrive tante. Semplici canzoni country, tristi, ispirate spesso alla realtà. Lui non pensa un granché delle sue canzoni, eppure nella sua cittadina, Reno (Nevada), Al Ward è un mito per qualche appassionato di musica.
Con la vita on the road arriva presto l’alcol, malgrado che la madre lo avesse messo in guardia al riguardo: l’alcol che aveva rovinato anche lo zio. La prima moglie di Al, era la cantante di una delle sue prime band. Mona aveva quasi il doppio dei suoi anni: “formosa e bionda come una coniglietta di Playboy invecchiata. Truccata e sotto la giusta luce sembrava avere meno di trent’anni, ma la mattina, struccata, mostrava in pieno l’alcolizzata bulimica trentottenne che era”. La loro, più che una storia d’amore, è una storia patetica. Il divorzio mette fine ad un matrimonio insensato. Da una parte, un giovane e inesperto Al innamoratosi istantaneamente della prima donna con cui aveva avuto un vero rapporto sessuale. Dall’altra una navigata Mona, legata sentimentalmente al proprio manager più anziano di lei il quale, dopo avere tollerato la sua relazione con Al per un periodo, le impone di metterle fine. La seconda moglie, Maxine, invece fu vero amore. Peccato che veniva da un passato ancor più tragico di quello di Al. Scappata a 17 anni da un padre che la picchiava regolarmente, Maxine passa da un fidanzato all’altro, tutti abusivi e da un lavoro all’altro, tutti instabili.
In Al trova finalmente un uomo gentile che la tratta come si deve. Le cose purtroppo si complicano e finiranno male, molto male. Il senso di colpa perseguiterà Al negli anni successivi. Questi ed altri sono i ricordi che perseguitano il nostro eroe, durante il suo isolamento nella vecchia miniera in pieno inverno, tra birra, tequila e cibo in latta “Campbell’s”. Finché, in mezzo alla neve, appare improvvisamente un cavallo di fronte alla porta di Al. Immobile, ferito, mezzo cieco e insediato dai coyote. Al non sa nulla di cavalli, però sa che deve salvarlo. E per salvarlo deve trovare aiuto e correre grossi rischi.
Questa è la storia di un uomo che non merita tutte le sfighe di cui è stata costellata la sua esistenza. Un uomo gentile, empatico, sempre capace di gesti gentili e di lealtà verso tutti. Un uomo deluso dalle circostanze e che sente, erroneamente, che tutto quanto gli è successo è colpa sua. E non lo sa, ma cerca salvezza in questo cavallo che gli appare in mezzo alla neve, dimostrando ancora una volta la sua gentilezza, la sua bontà intrinseca. Un uomo che è anche un’artista. Probabilmente non un grande artista, ma comunque qualcuno in grado di scrivere musica e testi sulle cose semplici e importanti della vita.

Un’altra grande storia di Willy Vlautin, una delle sue più belle. Vlautin è a sua volta musicista e leader dei The Delines, sul cui ultimo LP scrivemmo qui. “The Horse” è il suo settimo romanzo. Tutti ambientati in un’America che retoricamente definiremo come l’America profonda, lontana dal “sogno americano”. L’America bianca e diseredata, delle piccole città. Donne e uomini che spesso vengono da famiglie disfunzionali e traumatizzanti e che sopravvivono con lavori instabili e sottopagati.
Su questa America Vlautin non fa alcun discorso politico. E non dovrebbe farlo nemmeno il lettore, tanto più un lettore europeo. Al quale ricordo che l’umanità da lui descritta, i nordamericani di cui lui ci racconta, votano Trump, se si guardano i risultati dell’ultima elezione. Se vanno a votare.
Quello di Vlautin è semplicemente un racconto di umanità, fatto da un narratore che sa vedere quello che c’è dentro le persone. I loro dolori, i loro traumi, gli orrori vissuti e gli errori compiuti. Una empatia profonda traspare dalla sua scrittura. Egli descrive l’americano della provincia, senza patrimonio e senza fortuna, talora senza nemmeno una famiglia, ma raramente senza speranza. “Sperare è meglio di nulla”: erano le ultime parole di Motel Life, una della opere che lo hanno lanciato come romanziere.
Vlautin crede nell’umanità, nella sua bellezza intrinseca. Persino ai margini della società c’è bellezza, ci dice Vlautin, basta che vi sia umanità. Perché la bellezza non la stabilisce nessuno. La bellezza ci è intrinseca, per il solo fatto di essere vivi. Di essere umani, di avere sogni, immaginazioni, speranze.
Vlautin fotografa le persone, le loro vite. Non gli interessano le fotografie con filtri di Instagram. Non gli interessano le storie selezionate, all’interno di vite banali, per far credere ciò che non è e che (quasi) tutti noi propagandiamo nelle nostre bolle. Gli interessa l’insieme delle persone. Ciò che le rende persone, che le rende umane. Anche quando (soprattutto quando?) sono persone spezzate dentro dalle tante circostanze banali per cui si viene spezzati: un genitore abusivo, un incidente stradale, la violenza, l’abisso dell’alcool e di altre dipendenze, ecc, ecc… È allora che Vlautin s’interessa al soggetto. I suoi personaggi a volte finiscono male, a volte non finiscono, semplicemente continuano ad andare avanti, a sperare.
Vlautin ci ricorda che l’unica cosa che conta in questa vita è l’empatia, la gentilezza. Come disse un altro grande scrittore, vari decenni fa: “il miglior consiglio che posso dare alle persone è di essere un poco più gentili gli uni con gli altri” (Aldous Huxley). Questo consiglio Vlautin lo rende letteratura.





