Brown Horse – Reservoir
Recensione del disco “Reservoir” (Loose Music, 2024) dei Brown Horse. A cura di Giovanni Davoli.
Dal 1999 al 2004 rubavo cavalli / Non eri nemmeno nato / Ma ti ho sentito alla radio ieri sera tardi / Cantare una vecchia canzone di Jimmie Rodgers / Faceva più o meno così: / Buongiorno capitano, buongiorno signore / C’è spazio per un altro mulattiere su questa terra? / Hai cantato proprio le cose che sapevo / Le cose che avevo lasciato alle spalle, stavo rubando cavalli / Sei stato nella mia mente, sei stato nella mia mente
Così cantano i Brown Horse su Stealing Horses, l’opener di “Reservoir”. Brown Horse sono sei ragazzi di Norwich, U.K.. Sei ragazzi che fanno una musica che si rifà alla classica tradizione “americana”: Bob Dylan, Neil Young, The Band. Nella loro musica sentirete queste storie che sembrano appartenere a un tempo che fu, in un luogo immaginario da qualche parte nel lontano “west”, presumibilmente. Chi era Jimmie Rodgers, per esempio? Vissuto tra il 1897 e il 1933, è “considerato il “Padre della musica country”, c’insegna Wikipedia. Appunto: un tempo che fu, un luogo che c’è e c’è stato, presumibilmente oltreoceano.
I Brown Horse non hanno nessun pudore nel dichiarare il loro amore per questo mondo che non va più di moda da tempo, che non è “cool” da almeno cinquant’anni. Ma le canzoni, le loro canzoni…..Le loro canzoni ti strappano il cuore al primo ascolto. “Tutti i miei amici e io decidiamo / Di lasciare la città, almeno per un pò / Se Dio vuole, stiamo facendo il nostro migliore errore / Ho sognato che era in eterno”, cantano su Everlasting.
Dove li posizionamo i Brown Horse in questo 2024 ormai terminato? Il luogo sembrerebbe facile da identificare, lo abbiamo detto, da qualche parte nell’America profonda. Se non fosse che il quadretto in copertina suggerisce un paesaggio, sì bucolico, ma più accogliente, più europeo, non certo da “vaste praterie”. E ancora peggio ci va con la collocazione temporale. Siamo ai tempi del Classic Rock? Ai tempi di Neil Young, che peraltro era canadese? O siamo ad oggi? Nella campagna britannica, attraverso le musiche e la parole di sei ragazzi che ad occhio non superano la trentina? Che poi nella musica fanno capolino strumenti come banjo, lap steel, violino e fisarmonica, strumenti che dovrebbero essere di un tempo che fu, addirittura il tempo di Jimmie Rodgers.
E’ stato detto e ridetto. La “rete” globale, l’internet, non ha solo annullato le distanze spaziali, ma anche quelle temporali. Non c’è più un passato, non c’è più un futuro, c’è solo un eterno presente, dove tutto si mescola. Prendi un servizio di streaming e puoi passare da Jimmie Rodgers, a The Band, ai Brown Horse, in un battito di ciglia, annullando ogni spazio, ogni pausa. Per chi oggi ha meno di trent’anni, tutto è così, non c’è più un senso storico, quello attraverso cui chi ha studiato ed è cresciuto nel secolo scorso si era abituato a vedere il mondo. Per cui, puoi essere nato dopo il 2004 e cantare le canzoni del “padre della musica country”, morto nel 1933 che a qualcun altro ricordano di quando rubavi cavalli, prima del 2004.
Qualcuno pensa che tutto ciò, questo appiattimento temporale, sia un male, a volte l’ho pensato anche io, che ho ben più di trent’anni e sono cresciuto nello scorso secolo. Ma ora grazie ai Browne Horse non lo penso più. E anche io “tra il 1999 e il 2004” avrei potuto star rubando cavalli, da qualche parte nel mondo. Buon 2025; con “Reservoir” potrebbe essere qualunque altro anno, ma quel che conta è che ci saranno sempre queste storie e ragazzi come questi, come noi, innamorati di questo mondo e di questa musica.




