Lucinda Williams – Lucinda Williams Sings the Beatles from Abbey Road

Recensione del disco “Lucinda Williams Sings the Beatles from Abbey Road” (Highway 20 Records/Thirty Tigers, 2024) di Lucinda Williams. A cura di Maria Macchia.

Lucinda Williams, tre volte vincitrice dei Grammy Awards e proclamata dalla rivista “Time” miglior cantautrice americana nel 2002, è giunta alla pubblicazione del settimo volume della serie Lu’s Jukebox. La nuova release è dedicata ai Fab Four e si intitola “Lucinda Williams Sings the Beatles from Abbey Road”.

Nel 2020, durante la pandemia, la songwriter di Nashville aveva lanciato il progetto di effettuare sei concerti-tributo ad altri artisti, registrati full band in studio, da trasmettere in streaming per compensare la mancanza di spettacoli dal vivo. Queste sue apprezzate performances hanno successivamente preso forma in altrettanti album dedicati ai brani di Bob Dylan, Tom Petty, Rolling Stones, ai classici dei repertori country e southern soul e alle più amate canzoni natalizie in versione rock. Non poteva mancare, dunque, un omaggio ai Quattro di Liverpool, per di più realizzato negli Abbey Road Studios, elemento tanto più prestigioso in quanto quasi nessun musicista, a parte gli stessi Beatles, aveva registrato prima d’ora i loro brani nei mitici studi londinesi.

Ricordiamo che Williams, oggi 71enne, nel novembre 2020 è stata colpita da un ictus, ma già da tempo ha ripreso a pieno ritmo la sua attività, compresi i live, e in questo disco, che esce a distanza di un anno dal precedente full-length di inediti “Songs from a Rock n’ Roll Heart”, appare davvero in ottima forma.

L’album comprende 12 tracce, che attingono per lo più alla seconda parte della discografia dei Beatles, con un sostanziale equilibrio nella scelta dei brani, a livello di autori e interpreti. Si parte con una Don’t Let me Down in cui Lucinda riesce ad infondere alle liriche una sofferta energia, come se le avesse scritte lei stessa, implorando la persona amata di non deluderla e descrivendo un amore che fa rinascere a nuova vita e che è destinato a durare per sempre. A seguire, I’m Looking Through You esordisce con voce sola e chitarra acustica per poi trasformarsi in una tipica ballad “a stelle e strisce” con la sei corde in primo piano e un tappeto sonoro di organo; il bell’assolo di chitarra non fa rimpiangere l’armonica della versione di Rubber Soul. In Can’t Buy Me Love la chitarra si fa più incalzante rispetto all’originale e vengono aggiunti inserti di organo e raffinate armonie vocali nel ritornello. Armonie vocali in primo piano anche in Rain, che rispetta e quasi amplifica questa caratteristica già presente nel brano del 1966, discostandosi però dall’atmosfera psichedelica originaria.

Irrinunciabili, poi, due “classici” firmati da Harrison, While My Guitar Gently Weeps e Something. Una bella sfida, senza dubbio: per la parte di chitarra, nella prima, che deve reggere il confronto con la performance di Eric Clapton che affiancò George in questo brano del “White Album”, mentre nel caso della seconda si tratta di una delle canzoni più “coverizzate” dei Beatles insieme a Yesterday ma il risultato è, in entrambi i casi, decisamente all’altezza della situazione, grazie al prezioso contributo degli eccellenti musicisti della band di supporto. In Let It Be spicca invece il suggestivo accompagnamento di chitarra acustica a sostenere una performance canora forse, qui, leggermente appannata.

Le migliori interpretazioni sono quelle dei brani che Lucinda ha esplicitamente dichiarato di prediligere. La sua Yer Blues è davvero possente, con un pathos paragonabile a quello che trasudava dalla sofferta versione di Lennon. Il timbro pastoso e caldo della vocalità di Williams raggiunge qui i più alti livelli espressivi. Altro pezzo particolarmente riuscito e “sentito” è una struggente quasisensuale I’m So Tired. E arriviamo al terzo tra gli episodi più significativi: With a Little Help from My Friends si ispira non alla traccia originale contenuta in Sgt. Pepper, bensì alla versione realizzatane da Joe Cocker nel 1968 e successivamente da lui proposta a Woodstock in una performance memorabile. Notevole, anche qui, l’assolo di chitarra finale, che traghetta l’ascoltatore verso la conclusione, affidata ad un brano introspettivo e meditativo come The Long and Winding Road.

L’operazione discografica di far uscire un album di cover dei Beatles a ridosso del Natale potrebbe apparire un tantino “furba”, ma resta il fatto che Lucinda Williams sia riuscita a realizzare un altro cofanetto di perle della storia della musica impreziosendole con il suo talento di songwriter e performer e con la sua inconfondibile voce, che non nasconde le cicatrici di una vita vissuta all’insegna della passione e dell’autenticità. 

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