The Legendary Pink Dots – So Lonely in Heaven
Recensione del disco “So Lonely in Heaven” (Metropolis Records, 2025) dei The Legendary Pink Dots. A cura di Paolo Esposito.
Nel presentare il loro nuovo disco, The Legendary Pink Dots prendono spunto da un concetto introdotto ormai quarant’anni fa in una split-cassette pubblicata in collaborazione con gli Attrition: “The Terminal Kaleidoscope” paragonava la terra a un essere umano che sta annegando, con la vita che lampeggia davanti ai suoi occhi e le immagini in costante accelerazione. “So Lonely in Heaven”, oggi,sfrutta tutti gli angoli del pianeta, perché le idee si sono formate mentre la band era sparpagliata in due continenti, benché la sua anima si sia manifestata solo quando tutti si sono rinchiusi in un piccolo studio per registrare.
In un mondo ogni giorno più tecnologico, la macchina è tutto: vede e sente, si nutre, ha una sua intelligenza. Noi pensiamo di poterla governare, ma ne abbiamo perso il controllo nel momento stesso in cui l’abbiamo messa in funzione. Edward Ka-Spel immagina un futuro distopico nel quale, alla sua morte, l’essere umano sarà proiettato dalla macchina in un paradiso artificiale, decidendo lei a quel punto chi deve essere al nostro fianco.
L’inizio è subito segnato dalla title track, ed è già uno squarcio nel bagaglio musicale dei Dots, tra synth pop, new wave e canzone d’autore: un’introduzione di oltre sei minuti e mezzo, una strada aperta verso l’elettronica più claustrofobica di The Sound of the Bell, che presenta tastiere appena più taglienti e ricami somiglianti a vuoti d’aria tra i diversi momenti. È un salto verso Dr. Bliss ’25, che a sua volta si divincola tra atmosfere dark sospese tra l’ambient e il messaggio cantautorale tipicamente lanciato da Ka-Spel. Il minimalismo fino a questo momento soltanto annusato dilaga definitivamente in Sleight of Hand.
Sembra così chiudersi un primo ciclo, perché con Choose Premium : First Prize il respiro si fa più affannoso, intenso, scandito da rumori di sottofondo e da confusi campionamenti che non fanno altro che aumentare la suspense. Il tutto finisce per sciogliersi nella chitarrosa ballad Darkest Knight, laddove la voce solista assume connotati più eterei rispetto alle tracce precedenti. La successiva Cold Comfort presenta invece sonorità maggiormente scolpite, grazie ai colpi inferti dalla drum machine. La lunghissima Wired High : Too Far To Fall è scandita da elementi elettroacustici, altra storica freccia all’arco della band, un giro di pochi accordi che può suonare in loop per ore, l’orecchio troverebbe costantemente nuove sfumature in quel battere le sei corde e in quella voce dimessa che vi si poggia sopra. E’ tutto lento ma inesorabile, compresa la totale implosione dei suoni che si saturano e alla fine si auto-annientano.
Il songwriting a tinte oscure torna a presenziare prepotentemente con How Many Fingers in the Fog, chiamando in causa addirittura ritmiche reggae. Apparentemente più rilassata, con le sue languide chitarre, è Blood Money : Transitional, anche qui un pezzo mastodontico che però denota maggiormente le linee di demarcazione tra la composizione e l’incollatura forzata di pezzi provenienti da altre registrazioni. Viaggiando su strade più confortevoli, Pass the Accident regala ancora qualche minuto di buone intuizioni. Il finale di Everything Under the Moon è il messaggio, definitivo, che proviene da cielo. Un posto dove ognuno può essere ciò che vuole, una sorta di regno dei pari, ma ciascuno finirà col ripetere le sue azioni all’infinito.
Ognuno di noi tenterà disperatamente di darsi delle spiegazioni. E sarà solo.




