The Weeknd – Hurry Up Tomorrow

Recensione del disco “Hurry Up Tomorrow” (XO/Republic, 2025) di The Weeknd. A cura di Alessandro Valli.

È tornato finalmente il re del synth pop con l’album più atteso dell’anno, sul quale si sono create altissime aspettative. “Hurry Up Tomorrow” è un disco di grande magnitudine, contiene 22 canzoni e ha una durata totale di quasi un’ora e mezza. Esso chiude la trilogia composta da “After Hours” e “Dawn FM” ispirata alla commedia dantesca: rispettivamente l’inferno del primo album pieno di dolore e pentimento, il purgatorio del secondo come lungo viaggio attraverso l’espiazione dei peccati, e infine il paradiso di “Hurry Up Tomorrow”, che tuttavia non sarà proprio rose e fiori come ci si potrebbe aspettare. 

The Weeknd si è sempre reso peculiare grazie a una dicotomia tra le sue melodie carezzevoli e i testi ambigui, ha sempre utilizzato voce angelica e produzioni confortanti combinate con liriche contestabili, a tratti anche “toxic”. E in questo  album non mancano i contrasti: cori ariosi vengono tagliati da vibranti basi tendenti alla musica techno in canzoni come Cry For Me ma soprattutto nel singolo São Paulo, una sfrenata bomba da club resa però particolarmente affascinante e per niente banale dall’inusuale struttura. La traccia infatti mescola perfettamente i beat irresistibili della funk carioca brasiliana con un sound psichedelico e a tratti gotico della voce distorta di Anitta e quella di The Weeknd che riesce sempre ad emanare la misteriosità della notte. Tra i tre album della trilogia, questo è indubbiamente quello più complesso, non basta sicuramente un ascolto per digerirlo, sebbene non manchino pezzi di maggiore immediatezza sonora come Open Hearts, dal ritornello dolce, semplice e che arriva dritto al cuore dei fan.

Il tema religioso, il quale riprende il concetto paradisiaco, gioca un ruolo piuttosto importante in tutto il disco, sia nel sound dell’organo gotico utilizzato in Wake Me Up, Cry For Me e nell’outro di Niagara Falls, sia nei testi come in Baptized In Fear e nella title track. Il tutto è sempre unito ai suoni futuristici protagonisti della trilogia: Big Sleep mostra particolarmente la netta fusione tra stile gotico e voci robotiche di droidi. Purtroppo però questo accostamento non sempre riesce, stonano transitions come tra Until We’re Skin & Bones e Baptized In Fear dove si percepisce l’incapacità del cantante di rinunciare ai suoi amati synth, una sorta di comfort zone che pensa non sia mai di troppo nella sua musica, ma che in questi casi sono buttati qua e là senza un effettivo scopo.

Questo disco rappresenta un saluto finale nei panni dell’alter ego The Weeknd. E’ chiaro il tentativo di creare un’esplosione eclettica di sound molto più diversificati rispetto ai progetti precedenti – tra canzoni più acustiche (Reflections Laughing), momenti tendenti al jazz (Given Up On Me) o al city pop giapponese (I Can’t Wait to Get There) e canti soul/R&B (Enjoy The Show) -, un’epica catarsi di un capitolo importante nella carriera di Abel Tesfaye. Eppure in qualche modo il suo marchio di fabbrica è proprio ciò che lo vincola ad un’offerta ripetitiva e non del tutto innovativa. Funziona infatti molto di più la prima parte, senza ombra di dubbio più osante rispetto alla seconda.

Proprio perché quest’album chiude un ciclo, è molto apprezzabile la scelta di Abel di orientarlo tematicamente su una nota di fragilità: lotta con i suoi demoni interiori, con le insicurezze che lo hanno tormentato questi ultimi anni e che lo hanno messo in dubbio sul suo stesso valore in quanto cantante: “I’m just worried, you worked so hard to be better, and now you’re back, drowning in that shit”, o il titolo stesso dell’interludio I Can’t Fucking Sing, l’artista denuncia voci e riflessi deriderlo, ma invita se stesso e l’ascoltatore a non lasciarsi colpire dalle critiche. Come suggerisce il titolo stesso, The Weeknd esorta un futuro speranzoso e rivoluzionario ad arrivare presto. Questa musica è stata profondamente terapeutica per Abel, che rilascia un urlo di libertà e trova la pace in questa morte metaforica “So burn me with your light, I have no more fights to win”. Vede la luce in fondo al tunnel oscuro: anche nel fallimento di trovare il canonico paradiso l’artista abbraccia le fiamme e danza con esse. 

Un album che si spoglia della cura del concept e della coesione che rappresenta un punto forte nel precedente “Dawn FM”; al contrario, “Hurry Up Tomorrow” mostra un approccio più genuino, ma anche disorganizzato, di creazione della musica. In ogni modo il cantante riesce a difendersi bene da questo eventuale difetto perché si tratta del suo ultimo progetto e si può permettere tutte le incoerenze che vuole, mascherandole in un sentito addio.

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