God Of The Basement – Whatever, disco breve
Recensione del disco “Whatever, disco breve” (Stock-a Production, 2025) dei God Of The Basement. A cura di Alessandro Logi.
“Whatever, disco breve”: un nome un programma. Anticipato da Misera e presentato per la prima volta il 25 gennaio 2025 al Glue di Firenze, l’album dura poco meno di mezz’ora. Ma in questo lasso di tempo è concentrata un’ampia gamma di influenze musicali sapientemente interpretate.
I God Of The Basement nascono a Londra nel 2016 da un’idea di Tommaso Tiranno (voce) ed Enrico Giannini (chitarra e sampling), ai quali si sarebbero poi aggiunti, al ritorno nel capoluogo toscano, Rebecca Lena (basso e visual art) e Alessio Giusti (batteria). Il progetto debutta in inglese con l’omonimo EP “God Of The Basement” (2018), seguito da “Bobby Is Dead” (2021).
“Whatever, disco breve” è, per i GOTB, un disco di svolta. Il primo elemento di novità, come loro stessi rimarcano più volte, sta nel fatto che questo costituisce il primo lavoro in italiano della band fiorentina. Ma anche nel sound possiamo trovare delle differenzi sostanziali rispetto ai lavori precedenti. Se “Bobby Is Dead” presenta delle sonorità alt-pop/rock anglofono di inizio millennio, “Whatever, disco breve” adotta elementi crossover, dub, drum and bass e trip hop, prendendo una piega più cupa rispetto al predecessore.
Ogni traccia, per quanto inserita in un progetto unitario, ha una propria identità. Le sezioni strumentali di Bivio sono dominate dal basso distorto e dalla batteria frenetica, mentre la voce di rauca di Tiranno canta e, soprattutto, recita riflessioni sulla vita e sulla morte. Invece, a proposito di Misera e del suo eloquente verso “questa sera è una sera del cazzo”, la band afferma quanto segue:
Misera esprime una sensazione di frustrazione e disillusione, ma al tempo stesso rivendica il diritto di vivere questi momenti senza tentare di nasconderli o migliorarli forzatamente. La canzone trasmette l’idea che a volte è legittimo ‘fare schifo’, senza cercare dentro di sé giustificazioni o scuse, ed è necessario fare tutto a pezzi.
Ogni cosa ha già il suo nome, che affronta il problema del rapporto convenzionale tra linguaggio e pensiero, propone una base trip hop e dub a metà strada tra Massive Attack e Subsonica. Serpe al suolo, dal canto suo, riprende numerosi elementi caraibici che portano chi ascolta in una giungla tropicale. Per non parlare poi di Inizio, Intervallo e Agata della Pietà, rispettivamente intro, intermezzo e outro, che montano in collage musicali suoni di provenienza diversi – cori da chiesa, canti tribali, rumori ambientali, synth anni ’80 e campionamenti dalle altre tracce dell’album.
In meno di mezz’ora, i God Of The Basement sono riusciti a condensare una mole immensa di influenze diversificate, proponendo un lavoro decisamente interessante. Altamente consigliato per chi ama alla follia le contaminazioni in musica.




