The Young Mothers – Better If You Let It

Recensione del disco “Better If You Let It” (Sonic Transmissions, 2025) dei The Young Mothers. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Negli anni Duemiladieci, due furono i nomi di punta della terra del culto in cui jazz, sperimentazione aliena e materia rappistica venivano a toccarsi: Anarchist Republic Of Bzzz (al cui interno hanno gravitato Arto Lindsay, Marc Ribot, Archie Shepp e Sensational, giusto per fare qualche nome) e The Young Mothers, ensemble capitanato da Ingebrigt Håker Flaten, tra le altre cose partner in crime a quattro corde di Mats Gustaffson.

Deciso a scuotere le fondamenta di certa black music, il contrabbassista norvegese ha dato alle stampe due album, uno più fenomenale dell’altro. Dopo bombe micidiali come “A Mothers Work Is Never Done” e “Morose” sarebbe per chiunque difficile avvicinarsi anche solo un minimo a certe vette. Håker Flaten, spostatosi dalle terre norrene al Texas, si è preso quindi sei anni di tempo (per la verità meno, considerato che è stato registrato nel 2022) per capire come mettere assieme “Better If You Let It”, terzo capitolo di un’avventura che sembrava essersi inevitabilmente interrotta.

Come fare, dopo un lavoro eclettico come “Morose”, però? Ci si mette il mestiere. Il quintetto non ha perso certo smalto, anzi, . Leitmotiv del lavoro sono gli unisoni degli ottoni, con Jawwaad Taylor e Jason Jackson a incatenare melodie di ECMmiana memoria a sezioni ritmiche ora brutalizzanti (Better If You Let It), ora morbide e languide (Hymn), col sax a staccarsi per occasionali lamate “core”. Con Lijm The Young Mothers rimischiano il mazzo: introdotta da un programming drilleggiante, Taylor sfodera la lingua e infila barre a catena, giusto il tempo per reintrodurre il languore jazzistico sentito poco prima, con Håker Flaten a squadernare tutto a suon di contrabbasso storto, lasciando in coda pulsazioni electro sfasciate dalla sei corde di Jonathan F. Horne. Non manca quel tocco di spazialità rumorosa e più “avant”, spalmata con un tocco di esagerazione in Song For a Poet, che però fa da effetto scollamento dal resto. Recupera Scarlet Woman Lodge, impreziosita da una sezione grindcore con tanto di grida disumane e rilancio big band aggressivo in coda, ma è un risalire a fatica la china di un disco abbastanza riuscito.

Dico abbastanza perché, come purtroppo c’era da aspettarsi, The Young Mothers non riescono a tenere l’asticella alta come coi due album precedenti. Come dicevo, sarebbe stato complicato per tutti. Non che “Better If You Let It” sia un disco minore, anzi, in soli cinque brani riesce a rievocare tanto di quel jazz di spinta che tanto apprezziamo e, preso da solo, fa un lavoro che ben in pochi nel 2025 riescono ancora a fare. Ma non basta. Manca qualcosa per renderlo veramente unico e potente come i suoi predecessori.

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