Krokofant – 6

Recensione del disco “6” (Is It Jazz? Records, 2025) dei Krokofant. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

I Krokofant si annidano tanto nell’alveo dell’ormai assodata grande tradizione del jazz norvegese a spinta anomala, che ha visto avvicendarsi, dall’inizio del nuovo millennio in poi, giganti Mats Gustafsson e tutti i suoi allegri progetti schizoidi, Elephant9, Shining (prima dell’evoluzione blackjazz e il seguente rintronamento dal pessimo sapore industrial-pop), Jaga Jazzist, quanto in quello del rock che progredisce a botte elettriche, stagione iniziata nei ’90 dai Motorpsycho e che ha preso sempre più piede col passare degli anni, nel bene e nel male.

Realtà che non vivono in compartimenti stagni ma che si guardano dritto negli occhi, insegnando a coloro che dopo sono giunti come si fa a mischiare le carte in tavola, e così è stato anche per il trio composto da Axel Skalstad (batteria), Jørgen Mathisan (sax, synth) e Tom Hasslan (chitarra), nato nel 2011 e venuto a strettissimo contatto proprio con quei giganti, nelle figure del bassista Ingebrigt Håker Flaten (asciugandone all’estremo la discografia, 1/3 dei The Thing) e Ståle Storløkken (Elephant9, Supersilent, Motorpsycho e basterebbe) per svariati concerti e numero due dischi.

Finita questa seppur breve stagione i tre norvegesi si sono rimessi in proprio, ricominciando a numerare le proprie uscite. “6” è, facendo di conto, il quarto album con formula band tripartita dal 2017 e debutto su It Is Jazz? Records, dopo anni di Rune Grammofon (casa base di quella stagione di cui sopra). Formula che vince non si cambia, e se allo stupore di quegli anni d’oro subentra un po’ di “mestiere” nulla di male ne verrà. I Krokofant sono dotati di macchina del tempo e nei ’70 piantano i piedi, nel momento in cui il progressive rock e il rock in opposition più spinti trovavano i suoi alfieri rispettivamente in King Crimson, Henry Cow e Soft Machine, allo stesso modo i Nostri si divertono a intrecciare e sbrogliare una matassa elettrica di quelle belle consistenti.

Tempi contorti si diluiscono formalmente in spedizioni spaziali, con enormi tessiture di sassofono a riempire ogni pertugio, chitarre che tagliano a fondo, lanciate ora in soli intricati, ora in ritmiche possenti. Le fughe a tre, impreziosite da synth tonanti incollati alle pulsazioni di cassa, si fanno bebop allucinazione che squaglia in soluzioni cosmiche a onda quadra e free form deliranti, senza scadere nell’eccesso, con misura e sempre in orbita uptempo, come lo sono le spedizioni nel funkadelismo più serpentino a tramutarsi in stomponi hard di paternità sabbathiana. Un continuo fuoco di fila senza pause o vuoti.

Se non una novità, come si diceva, di certo una piccola goduria luminosa a illuminare nebbie e temperature sotto zero.

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