Kozminski – Un Oceano Di Zeri
Recensione del disco “Un Oceano Di Zeri” (NOS Records, 2025) dei Kozminski. A cura di Francesco De Salvin.
A sei anni di distanza dall’ultimo progetto discografico, i Kozminski tornano con “Un Oceano Di Zeri“, un lavoro che potremmo definire all’insegna della continuità, in cui i Nostri provano ad affinare quel loro modo di intendere il rock come forma di osservazione laterale, controllata, a tratti volutamente respingente. Già, perché chitarre incidono senza strafare, la sezione ritmica sostiene il tutto con un passo misurato, le tastiere intervengono come appunti marginali più che come protagoniste; A conti fatti, si tratta di un disco che procede con un rigore quasi documentaristico, più interessato alla concretezza sonora che alla patina in superficie.
Nel suo insieme, l’album costruisce un immaginario preciso, fatto di luoghi e situazioni ridotte all’osso, all’essenzialità. Burger King, per esempio, reimmagina l’incontro sentimentale come scena neutra, filtrata da neon e cibo tiepido, priva di qualsiasi retorica riconciliatoria. Nebbia bastarda sposta lo sguardo in un altrove padano in cui lo shoegaze diventa un modo per dare forma a un territorio che non promette né redenzione né deriva, ma solo una sospensione testarda. Il computer, dal canto suo, accenna a una deriva urbana soffocata dalla tecnologia, senza però cedere al commento sociologico: la band si limita a registrare il corto circuito tra gesto umano e invasione digitale. Sono episodi che compongono un mosaico coerente proprio perché non cercano coerenza narrativa, ma fratture.
La scrittura musicale, pur attraversando geografie differenti, mantiene una postura vigile. In Verso Giove il tentativo di alleggerire la densità emotiva si traduce in un dream-pop trattenuto, che evita qualsiasi svolta atmosferica troppo accomodante; in Rocky Barbùn, Milano resta un luogo di passaggio, privo di epicità urbana, più contenitore che orizzonte. Anche laddove il materiale sembrerebbe suggerire aperture — come nella corsa verso il mare evocata altrove — la band preferisce sottrarre, ridurre, asciugare, affidandosi alla solidità del proprio lessico sonoro più che alla tentazione della fuga.
Nel complesso, “Un Oceano Di Zeri” è un disco che non cerca scorciatoie. Lavora sulla continuità, sulla coerenza interna, su un tono che resta volutamente in sottrazione. È un album severo senza essere gratuitamente cupo, distante ma non cinico, che trova la propria forza in una vision rara: quella di una band che ha scelto di non inseguire ciò che brilla, ma di mettere a fuoco, con metodo, ciò che resta. Cantautorato rock. Di quelli belli.




