Japanese Breakfast – For Melancholy Brunettes (& Sad Women)
Recensione del disco “For Melancholy Brunettes (& Sad Women)” (Dead Oceans, 2025) di Japanese Breakfast. A cura di Alessandro Valli.
Non è un mito che malinconia e depressione siano spesso mascherate da un’apparente serenità, e questo album ne è una prova ulteriore.
I Japanese Breakfast non hanno mai creato un’opera di tale coerenza e soprattutto ricchezza sonora. La luce sprigionata dalle canzoni, come le esplosioni orchestrali dell’intro Here is Someone o l’aldeidica Orlando in Love avvolta dalla voce mielosa di Michelle Zauner, dona alla musica una allure animata.
Il dream pop è infatti sempre stato genere protagonista della loro discografia, eppure qui assume una maggiore entità. È la prima volta in cui la band sforna un disco in un vero e proprio studio di registrazione, scostandosi da i semplici appartamenti e location improvvisate in cui sono stati prodotti “Soft Sounds from Another Planet”, ispirato alla science fiction, e il surrealismo vivace di “Jubilee”. Si è rivelata questa una scelta perfetta per rappresentare un tema e un’estetica più “seri” ed impostati come il Romanticismo ottocentesco, percepibile già dall’incantevole cover, per la cui creazione era necessario un salto di qualità e maturità artistica. Molto sofisticata l’opera di Blake Mills, che si è dimostrato la giusta figura a cui affidarsi.
Il secondo singolo Mega Circuit è un ottimo pezzo indie rock, mosso da percussioni di fruste e melodie orecchiabili. Esso marca il passaggio all’interno dell’album verso un sound più acustico. Non mancano ovviamente momenti altamente astratti, il muro di chitarre psichedeliche della traccia più lunga Honey Water riporta l’ascoltatore all’astrusità dei progetti precedenti.
Michelle è stata segnata dalla morte di sua madre, evento che l’ha plasmata e influenzata profondamente nelle scelte artistiche. “For Melancholy Brunettes (& sad women)” rappresenta non tanto il lato negativo del sentimento di tristezza quanto la consapevolezza che si tratti ormai di uno stato d’animo, una filosofia, un lifestyle. Qui si parla di malinconia nella sua forma più matura, pensosa e lungimirante: in cui il risentimento tragico per il mondo accoglie un barlume di speranza e diventa terreno fertile per il cambiamento.
Di sovente la ricerca della bellezza e del potere guida il poeta verso la rovina. Tra la brama di Icaro di raggiungere il sole che lo ha condotto alla morte, l’Orlando Innamorato che viene sedotto e tradito dal canto della sirena, il cui riferimento è rappresentato nel video musicale di Orlando In Love. Perfino Michelle stessa afferma di aver vissuto una simile esperienza nella sua carriera, che da “Jubilee” l’ha catapultata nel panorama mainstream, e ora la frontwoman sente la necessità di fare un passo indietro per non bissare i drammi di Icaro e Orlando.
Mi sono sentita sedotta dall’ottenere ciò che ho sempre voluto / Stavo volando troppo vicino al sole, e mi sono accorta che se avessi continuato sarei morta
Il concept dell’album orbita proprio intorno a questa disillusione e ironia del desiderio:
Singing his name with all the sweetness of a mother / Leaving him breathless and then drowned
In rapturous sweet temptation you wade in past the edge and sink in
You always take it way too far
Dicotomie tra mestizia e miraggio sono ben palpabili anche nel sound delle tracce. Dalle confortanti Little Girl e Leda che si aprono come fosche cozy ballads autunnali, alle Picture Window e Men in Bars pitturate da un sottofondo bucolico dato dal pedal steel anni ’70, tracce che si ravvivano di candori sognanti di piano celeste. Il canto di Michelle risuona come luce filtrata dagli alberi, come un limpido corso d’acqua in una giornata primaverile.
“For Melancholy Brunettes (& Sad Women)” è una soave meditazione intrinseca forse meno dinamica e più disinibita del predecessore, ma di una qualità e compattezza deliziose.




