Lucio Corsi – Volevo essere un duro

Recensione del disco “Volevo essere un duro” (Sugar, 2025) di Lucio Corsi. A cura di Angela Denise Laudato.

In un mondo spesso sguaiato e volgare, la gentilezza è la vera rivoluzione. E rivoluzionario è certamente Lucio Corsi. In un momento storico in cui tutti noi abbiamo bisogno del coraggio della pacatezza, arriva lui: gentile, delicato, parla a voce bassa. Grazie alla sua recente partecipazione al Festival di Sanremo i più (finalmente!) lo hanno conosciuto e a maggio, a seguito del ritiro del vincitore Olly, rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest 2025 a Basilea. 

– Piccolissima parentesi sulla sua partecipazione Sanremese: durante la serata del 14 febbraio, dedicata alle cover, Lucio Corsi si è esibito in duetto con Topo Gigio, col brano Nel blu, dipinto di blu di Domenico Modugno perché “anche i topi possono volare! […] Topo Gigio mi ha insegnato come non diventare una marionetta e come fare a tagliare i fili di chi ti vorrebbe far muovere a suo piacimento. Inoltre, Topo Gigio esordì in televisione nel 1959 proprio con la voce di Modugno, in qualche modo è come se incontrasse nuovamente la sua canzone”, pensatela come volete, ma per me è stato qualcosa di geniale! – 

Nel giorno convenzionalmente legato alla primavera, Lucio Corsi pubblica il suo quarto album in studio, “Volevo Essere Un Duro”. “È un disco che parla d’infanzia, di amicizia e d’amore. È un disco di fantasia con i piedi per terra. In questo album ho cercato di trovare il sogno non fuggendo nel cielo ma strisciando sui marciapiedi, passando sotto i tavoli da pranzo o nascondendomi negli armadi. È un disco di ricordi personali mescolati a storie di altra gente. Ci sono molti personaggi in queste canzoni, da Rocco il bullo della scuola media al Re del rave, una sagoma romantica e sgangherata, fino a Francis Delacroix, mio grande amico (forse immaginario, ma non importa)” – ha dichiarato il funambolico cantautore toscano riferendosi al suo nuovo lavoro, che, come fosse una magica pozione, concentra insieme musica, poesia e radici profonde. Col suo piglio da “barone rampante”, Lucio non è solo un cantautore, ma è una creatura con le radici ben piantate a terra, nella Maremma, tra alberi, fate e paesaggi selvaggi. 

“Volevo Essere Un Duro” è un mondo fatato, popolato da una serie di creature del sottobosco, un locus amoenus di storie di provincia, una galleria di personaggi, raccontati con spontaneità e leggerezza, in uno stile dolce – mai sdolcinato! – emozionale e tragicomico. Il disco si compone di nove tracce, tutte scritte e composte da Lucio Corsi e Tommaso Ottomano, e fa sorridere pensare questa cosa in un’epoca in cui le canzoni vengono scritte da otto, dieci, dodici, quattordici mani, dimostrando che non sono necessarie grandi operazioni muscolari per comporre grandi pezzi! Palesi le influenze musicali che ondeggiano da Ivan Graziani ai Blues Brothers, da Lucio Dalla a Venditti, passando per la malinconia adolescenziale dei Baustelle.

In copertina, come per tutti i precedenti dischi dell’autore toscano, troviamo un disegno della madre, Nicoletta Rabiti, la quale riesce a racchiudere, ancora una volta, la delicatezza dei versi di Lucio, declinandoli in una tavolozza di colori sfumati e linee morbide che ricordano le illustrazioni dei vecchi libri di fiabe sui comodini, vicino alle abat-jours accese.

Ad aprire il disco troviamo una semi-biografica ballad di pop sinfonico, la già edita Tu sei il mattino, poesia in musica e sound anni ‘70: “Tu sei il mattino, una porta su Marte / Sei il mio cuscino dalla giusta parte / Fu amore per la prima volta / Io e te tra la gente che non sogna”. Segue Sigarette, brano intimo e personale, politicamente scorretto, quasi un inno al tabagismo e a tutti quei sentimenti intrappolati nella dea del fumo: “tra il bene e il male scelgo sempre sigarette/ C’è chi smette/ C’è chi smette/ Personalmente scelgo sempre sigarette”.

Volevo Essere un Duro, title track e brano presentato a Sanremo, è la sintesi perfetta del nostro efebico cantastorie, che racconta per immagini il suo non essere “altro che Lucio” in un mondo che ci vuole costantemente infallibili. E “quanto è duro il mondo / Per quelli normali / Che hanno poco amore intorno / O troppo sole negli occhiali”. Ad accompagnare il brano il simpatico videoclip, diretto da Tommaso Ottomano e prodotto da Borotalco.tv, con l’amichevole partecipazione degli attori e comici toscani Leonardo Pieraccioni e Massimo Ceccherini. Decisamente da vedere.

Francis Delacroix è una ballata folk in un mare di citazioni e aneddoti surreali, immagini che si rincorrono veloci per tutta la durata del brano. Da Buddha a Bob Dylan, da Mattia Pascal a Colombo, da Pulcinella a Woytila: “Francis Delacroix, Francis Delacroix lo trovi in via dei Matti /Ad insegnare ad una mosca come si fa a dar del filo da torcere ai ragni”. A seguire Let There Be Rocko, traccia suggestiva e provocatoria, ci narra di un altro personaggio, “Rocco Giovannoni il bullo / Il bullo della scuola media” e delle sue continue vessazioni e lo fa con sapiente ironia miscelata ad un sound a metà strada tra i Blues Brothers e Edoardo Bennato. 

I toni diventano malinconici tra i tasti di pianoforte della fiaba de Il re del rave, nuovo surreale e buffo personaggio: “Sembra Paul McCartney, il re del rave / O il principe Giovanni, il re del rave / La notte nelle tende, la polvere che prende / D’incanto vede San Francesco che cerca lo Stregatto”. Situazione complicata suona un po’ alla John Lennon, ma con l’ironia ammiccante di Rino Gaetano: “Ho voglia di finire con Giulia in Paradiso / Di lei mi piacciono i capelli in tinta col vestito / Viviamo nella stessa città / È bella come il mare infinito / L’unico difetto che ha è suo marito / È l’unico difetto che ha”.

Verso la fine troviamo Questa Vita, una sorta di dialogo con sé stesso accompagnato un vibrante riff di chitarra nel ritornello, allo stesso tempo malinconico e gioioso: “Questa vita ci schiaccia, ma non ha alcun peso / Siamo talmente tante ombre diverse che formano l’arcobaleno / Questa vita ci schiaccia, ma non ha alcun peso / Abbiamo tutti quanti forme diverse /I pezzi di un unico vetro”. Ultima traccia a chiudere il disco, Nel cuore della notte, è “una lunga coda di pianoforte sull’autostrada della luna” – come la definisce Lucio -, un brano di sei minuti che medita sulla precarietà della condizione umana, tra luci gialle dei lampioni, gatti solitari in giro per la città e “un camion che sembra un albero di Natale”. La traccia ricorda molto i brani del cantautorato anni ‘60 e ‘70, una di quelle canzoni che avremmo ascoltato in un vecchio club fumoso e che ci avrebbe strappato, nota dopo nota, un sorriso malinconico. Una buonanotte a tutti e al mondo: “Anche se nessuno ci aspetta nel cuore della notte / La cerco nei locali lontani, oltre i binari di un treno in ritardo / Che passa con le sue luci tristi e se ne va fischiando / Nel cuore della notte”.

 A differenza dei suoi precedenti lavori (tra i quali “Cosa faremo da grandi?” resta, a mio giudizio, quello indiscutibilmente più riuscito), “Volevo Essere Un Duro” è un disco che mette al centro l’uomo e la sua fragilità, anteponendolo in parte alle tematiche più fiabesche, da sempre care al nostro cantautore. Volevo essere un duro, ma mi commuovo ascoltando il nuovo disco di Lucio Corsi

E di dischi così ce n’è sempre disperato bisogno.

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